Il giuramento di Obama

22 01 2009

barack-obama

Obama è il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Io ho seguito il giuramento con discorso in allegato su La7. Prima del giuramento hanno sproloquiato sull’ultima frasetta “God help me”, sulla tolleranza tra le religioni, sulla scelta o meno di pronunciare queste tre paroline. Discorsi che non ho seguito molto e che non mi interessano, perchè per quanto veri non sono applicabili all’Italia, dove la tolleranza per le religioni passa attraverso la Lega. Dopodichè hanno spiegato che si è studiato i discorsi dei vecchi presidenti (citando Kennedy, Lincoln, Roosvelt) della serie è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare.

E’ finalmente arrivato il momento del giuramento solenne (finalmente perchè i giornalisti di la7 avevano esaurito qualsiasi argomento possibile), pronunciandolo si è inceppato -anche i migliori sbagliano-, poi il grande applauso dalla folla immensa presente (42mila solo gli agenti di sicurezza).

Finito questo grande momento è arrivato il discorso! A parte l’entusiasmo del traduttore simultaneo -pari a quello di un mangianastri senza pile- da segnalare alcune frasi che credo rimarranno nella storia, insieme al patriottismo onnipresente e al richiamo alla coscienza civica.

Se dovessi stilare una classifica dei cambiamenti più effettuabili da Obama sarebbe questa:

1) Misure a favore dell’ambiente: del resto vuole che l’America torni leader mondiale anche in questo ambito e si è circondato di scienziati e tecnici di primo rilievo per svolgere questi compiti.

2) Sanità: non credo che sia molto fattibile un cambiamento radicale, magari aumenterà i servizi pubblici, adesso ridotti a un misero pronto soccorso con prime medicazioni di base modello burundi, ma penso che il sistema assicurativo (ricordo che è il sistema sanitario più antico e obsoleto) permarrà a lungo.

3) Politica estera: un cambiamento è impossibile per le forti pressioni internazionali e perchè alla fine il mondo è un calderone, soprattutto impossibile prospettare un miglioramento tangibile nella “lotta al terrorismo” che tanto rassicura i cittadini e nell’aiuto a Israele. In merito a questo punto credo che per l’America sia strategicamente essenziale avere un “amico” importante in quel territorio, di fatto è come se Israele fosse una colonia americana.

Insomma, in pratica in bocca al lupo a Obama, con disincanto e disillusione ma timida speranza.

E al massimo, se non gli verrà bene il ruolo di presidente, col vocione che si ritrova lo potremo sentire in qualche coro gospel.

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La guerra si presenta

19 01 2009

Pensate a un un ginecologo, che vive a Zimmo Gaza ma che lavora vicino a Tel Aviv, e fa avanti e indietro tutti i giorni. Pensate che è rimasto vedovo con otto figli, e che collabora con una tv israeliana per raccontare la guerra. Lui è Abul Aish, un medico, un papà che ha chiamato in diretta in una trasmissione israeliana, tre sue figlie sono state uccise. Per tre minuti si sente il suo pianto, il suo urlo straziante, la sua preghiera, i suoi singhiozzi, il suo dolore. E il giornalista israeliano, sconvolto, cerca di aiutarlo, gli chiede dove abita per portare due ambulanze, ma non c’è più nulla da fare, sono morte.

Questa è la guerra, che ce la raccontino pure coi numeri, con le parole asettiche tipo “offensiva”, “via terra”, “dichiarazioni”, “tank”, “conflitto”, ma questa è la guerra. Quella dello strazio infinito, del punto di non ritorno, dell’irreversibile morte. Chi non la racconta così fa il gioco di chi la vuole, di ci ci sguazza nella guerra, di chi non ha nessun interesse per la vita umana, di chi è il leader che decide. In modo asettico, usando le stesse parole di chi ce la racconta.