Gerakas

25 06 2013

Gerakas non è solo un luogo. E’ una strada e una persona.

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Per arrivare 25 chilometri di strada, di un asfalto rude, talvolta coperto da sassi, ghiaia, terra rossa, che si stringe, poco spesso si allarga, che dà spazio a uno strapiombo continuo soprattutto all’andata, percorrendo questa via verso nord. Trovarsi con il precipizio a destra -soprattutto in motorino, e soprattutto con un motorino da noleggio- non è mai una bella opzione, ed è meglio non pensare a cosa può succedere se si trova la ghiaia sbagliata, ma io non ci sono riuscita, c’ho pensato e ho avuto paura. Per la prima volta da quando sono ad Alonissos, isola splendida delle sporadi greche. E poi ho sempre raddrizzato il mio sguardo verso il futuro e mi sono detta “stai concentrata, andrà tutto bene”. Due volte mi sono fermata, per scrutare l’orizzonte, fotografare e permettere al mio cervello di abbandonare la concentrazione. Poi sono ripartita, ed è andato tutto bene.

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Salendo verso nord (Gerakas è la punta a nord dell’isola), gli ultimi 15 chilometri di strada sono nel completo nulla, o meglio nel tutto. Non una casa, una costruzione, ogni tanto qualche camion di qualche cantiere abbandonato. Tutto immobile fuorché il vento che tutto muove. La terra per la prima volta si fa più brulla -la straordinarietà di quest’isola è che è tutta collinare e ricoperta di pini, perciò si è in un paesaggio montano fino a quando si prendono le stradine che scendono verso il mare, e vicino al mare dai pini montani si passa ai pini mediterranei-, gli uliveti, già cospicui in tutta Alonissos, qui marcano maggiormente la loro presenza, ci sono ulivi ovunque, davanti, dietro, di fianco, le olive non sono ancora mature.

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E poi, dopo tanto nulla, si arriva.

Una risata m’ha preso, incredibile aver fatto tutta quella strada per una conca d’acqua contenuta fra le anche di due colline, paesaggio quasi marziano, non tanto per i colori quanto per l’assurdità. Ci sono un po’ di barchette nel mare, non si sa bene di chi, qualche sdraio in plastica senza ombrelloni, e un caldo cocente ma benevolo, sono le tre del pomeriggio.

Gerakas è anche una persona, un uomo a cui colpevolmente ho mancato di chiedere il nome. Sulla settantina credo, magro, secco ma vivido e vivo, vive in una fattoria malandata, una casoccia più che altro, né catapecchia né casa, pesca “con la barca rossa che ho al di là degli scogli” qualche pesce, ha qualche gallina, non ho capito come ma produce formaggio, coltiva qualche verdura. E ha allestito un chioschetto con due tavolini sopra cui alberga un po’ d’ombra in cui prepara da mangiare per gli avventurieri: il pesce pescato alla mattina, un’insalata, un souvlaki, qualcosa del genere.

E lui sta bene lì, gli ho chiesto con effimera ed inutile curiosità “ma d’inverno? Qui non c’è nessuno…” “Yes yes but it’s good, I’m fine here, there’s all, and there’s no cold, the temperatures are from 8 to 13 degrees… It’s good!” e poi a scansare la conversazione, per tornare al suo. Mondo, chiosco, pesce, al suo.

Per qualche minuto siamo stati solo noi due lì, unici custodi di quella realtà istantanea.

La cosa eccezionale è che questo non è solo un uomo, è uomo “lì”, accoppiato con l’ambiente in cui vive in una sinergia di intenti tanto semplice quanto incredibile. Quel luogo, quell’uomo e quella strada sono lì, e anch’io ci sono stata.

E così, la ripartenza, verso una spiaggia più confortevole per lo studio, e il ritorno.

Non un’emozione m’è rimasta, solo vita.

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La corriera stravagante

4 09 2011

A volte capita di leggere qualche libro che risponde in modo perfetto alle necessità sognanti della nostra persona in un determinato momento. E capita di trovare per caso libri che con la loro storia, con la loro narrazione immettono in un mondo nuovo, in cui regna la semplicità del vissuto magistralmente raccontata attraverso la grandiosità di ogni particolare. E così l’asciutto e la limpidezza di ciò che accade si fonde con la meraviglia della descrizione.
Era da quando ho letto “il vecchio e il mare” che non rivivevo più questa sensazione, che John Steinbeck con la sua “Corriera Stravagante” mi sta regalando.
Dedico questo post al Festivaletteratura di Mantova che sta per iniziare, perchè la cultura frizzantina della letteratura è una risorsa fondamentale e ricca e bella.

[…]Dopo poco, una mosca piccina ancora torpida dalla notte, si tirò fuori a fatica di sotto la foglia e si fermò nella chiara luce del sole. Aveva le ali di un’iridescenza torba, ed era intirizzita dal freddo notturno. Si strofinò le alucce con le zampette, poi si strofinò queste insieme, poi si strofinò la faccia con le zampette anteriori, mentre il sole, scendendo obliquo di sotto i nuvoloni rigonfi, le riscaldava gli umori. Ad un tratto la mosca si levò, fece due giri, svolazzò sotto le querce, andò a sbattere contro la rete metallica dell’uscio del ristorante, cadde sul dorso, e rimase per un attimo capovolta, ronzando contro terra. Poi si rimise in equilibrio, volò via, e andò ad appostarsi sullo stipite dell’uscio. […] (John Steinbeck)





Kebab for breakfast

13 02 2009

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Stasera ho dato una mano a un take away pakistano, dove il kebab è ovviamente il piatto forte. Sotto ogni punto di vista.

C’erano un cuoco, un aiuto-cuoco, un amico-turista, e due omini-motorino. Uno dei due in pakistan è un professore di inglese e “un’altra lingua”, è venuto qui sei mesi in viaggio, intanto lavora e aiuta il fratello (cuoco).

Sono rimasta sorpresa dall’incredibile pulizia, pulivano anche le piastrelle ogni dieci minuti, qualsiasi norma igienica rispettata, cosa che nei nostri ristoranti penso sia più unica che rara.

O io ho trovato l’eccezione che conferma la regola, o sono stata fortunata, ma ho avuto a che fare con persone gentilissime, per niente maschiliste: osservando loro ho notato che da noi imperversa un maschilismo strisciante subdolo e devastante, parlando sempre di lavoro -tanto per fare un esempio- una volta mi è capitato di non essere assunta come istruttrice di nuoto perchè cercavano istruttori maschi.

Loro conoscono perfettamente l’inglese (tutti) e lo parlano anche tra di loro, mi hanno  anche chiesto scusa quando ogni tanto parlavano più di cinque minuti in pakistano…Sono proprio più avanzati, sotto ogni punto di vista.

E sono stati chiari, da subito. Mi è capitato di dover aspettare mesi e mesi prima di sapere quanto avrei preso per un lavoro, c’è l’ipocrita usanza di non poter chiedere quanto si prenderà per una sottospecie di bon ton, e poi guai a dire che è poco. Che mi chiedo: se tanto non posso contrattare per il compenso, che tu me lo dica al secondo colloquio o al giorno prima di lavorare cosa cambia se non si è firmato comunque nessun contratto? Loro sono fatti di un’altra pasta.

Sono veramente rimasta impressionata dalla loro civiltà, che si esprime con piccole cose e con l’atteggiamento che è sincero in ogni caso, noi ormai usiamo qualsiasi stratagemma possibile per ingannare (anche per cose piccolissime e insignificanti) l’altro, e magari l’altro lo capisce e passa tutto per il non verbale, diventando un tabù. Il loro mondo è diverso, è papale papale, una cosa viene detta per com’è, senza menzogne o giri di parole strani.

Nel nostro paese comunque ho pensato che tutte queste cose non dette, come il fatto di non chiedere l’ammontare della paga, o di non mettersi d’accordo subito per gli orari, i giorni, o qualsiasi altra cosa, sono una specie di burocrazia facile, scontata, una prassi applicata sempre e comunque, anche quando non servirebbe. Una burocrazia non scritta e ancora più devastante dell’altra codificata, così tanto noiosa e rischiosa.

(Ah, mi dicono che Santoro rischia di chiudere per una vignetta su Gasparri -a quanto ho capito- . Sarebbe un peccato penso, ma io so già che il Pakistan è un paese avanzato. In più amo la Francia. E siamo a due.)

Ma veniamo al punto: leggenda narra che un apparecchio che produce il freddo in un sistema pressochè chiuso rilasci calore nell’ambiente circostante. Mito vuole che questo strano oggetto si chiami frigorifero, o anche sistema-refrigerante-per-piste-di-pattinaggio-sul-ghiaccio, e che la legge della termodinamica imponga che il motore del frigorifero non abbia rendimento = 100%, e che quindi tutto ciò che non rende diventa calore. Ora: io ero davanti a un frigorifero gigante, ne avevo di fianco un altro: mi spiegate perchè c’erano circa 10 gradi? E io che ogni volta chiudo il frigorifero perchè altro mito parla di motori fusi e gran caldo in caso di sportello del frigorifero aperto…Basta, stasera lo apro, sono stufa della solita monotonia!

E in più: siamo sicuri che la legge della termodinamica funzioni? Quando ho scoperto che anche i buchi neri rispettano le leggi della termodinamica ho pensato di si, ma senza l’empirismo la scienza a che punto sarebbe?





Ho trovato!!!

26 01 2009
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satira, mi scoccia un pò doverlo scrivere… Pre Scriptum: vi prego seguite qualche link!)

Dal libro Cutler – Marcus di Psichiatria, pagina 42


Negli stati maniacali, i pazienti hanno un’autostima ipertrofica (…).

Il mondo sembra esistere per la loro gratificazione, essi grandiosamente credono che niente possa o debba impedire loro di ottenere quello che vogliono. I pazienti con stato maniacale rapidamente passano all’irritabilità se i loro desideri sono frustati. (…)

Durante la grandiosità negano che qualcosa sia sbagliato.

La negazione, che è onnipresente nella maggior parte dei pazienti maniacali, è probabilmente causata dalla malattia stessa e rappresenta quasi uno stato delirante.

I sintomi fisici, o vegetativi, nei pazienti maniacali comprendono l’insonnia, ma, al contrario della depressione, il bisogno di sonno è diminuito.

L’aumento del desiderio sessuale e della potenza unito ad una bassa capacità di giudizio può portare a comportamenti grossolanamente indiscreti. (…)

Frequentemente interrompono gli altri e hanno difficoltà ad ascoltare. (…)

Sebbene siano spesso spiritosi, il loro umorismo tende ad annoiare gli altri dopo un pò.

Possono anche avere esplosioni di rabbia, specialmente se le persone tendono ad ignorarli o a contrastarli.





Il giuramento di Obama

22 01 2009

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Obama è il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Io ho seguito il giuramento con discorso in allegato su La7. Prima del giuramento hanno sproloquiato sull’ultima frasetta “God help me”, sulla tolleranza tra le religioni, sulla scelta o meno di pronunciare queste tre paroline. Discorsi che non ho seguito molto e che non mi interessano, perchè per quanto veri non sono applicabili all’Italia, dove la tolleranza per le religioni passa attraverso la Lega. Dopodichè hanno spiegato che si è studiato i discorsi dei vecchi presidenti (citando Kennedy, Lincoln, Roosvelt) della serie è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare.

E’ finalmente arrivato il momento del giuramento solenne (finalmente perchè i giornalisti di la7 avevano esaurito qualsiasi argomento possibile), pronunciandolo si è inceppato -anche i migliori sbagliano-, poi il grande applauso dalla folla immensa presente (42mila solo gli agenti di sicurezza).

Finito questo grande momento è arrivato il discorso! A parte l’entusiasmo del traduttore simultaneo -pari a quello di un mangianastri senza pile- da segnalare alcune frasi che credo rimarranno nella storia, insieme al patriottismo onnipresente e al richiamo alla coscienza civica.

Se dovessi stilare una classifica dei cambiamenti più effettuabili da Obama sarebbe questa:

1) Misure a favore dell’ambiente: del resto vuole che l’America torni leader mondiale anche in questo ambito e si è circondato di scienziati e tecnici di primo rilievo per svolgere questi compiti.

2) Sanità: non credo che sia molto fattibile un cambiamento radicale, magari aumenterà i servizi pubblici, adesso ridotti a un misero pronto soccorso con prime medicazioni di base modello burundi, ma penso che il sistema assicurativo (ricordo che è il sistema sanitario più antico e obsoleto) permarrà a lungo.

3) Politica estera: un cambiamento è impossibile per le forti pressioni internazionali e perchè alla fine il mondo è un calderone, soprattutto impossibile prospettare un miglioramento tangibile nella “lotta al terrorismo” che tanto rassicura i cittadini e nell’aiuto a Israele. In merito a questo punto credo che per l’America sia strategicamente essenziale avere un “amico” importante in quel territorio, di fatto è come se Israele fosse una colonia americana.

Insomma, in pratica in bocca al lupo a Obama, con disincanto e disillusione ma timida speranza.

E al massimo, se non gli verrà bene il ruolo di presidente, col vocione che si ritrova lo potremo sentire in qualche coro gospel.