In Berlin

7 10 2013

 

Alla fine sono partita. Con un mese d’anticipo rispetto al previsto.

Da quando ho preso la decisione “mi licenzio e parto” ho avuto tre settimane: una di ferie riposanti, una di ferie per raccogliere la maggiorparte della burocrazia, una di lavoro, trasloco e per finire la burocrazia. In ogni momento qualcuno da vedere, salutare, con cui festeggiare!

Sono a Berlino da mercoledì sera, venerdì e sabato un congresso, nel tempo libero la costante ricerca di una casa!

Rimango qui due mesi per studiare il tedesco, poi si vedrà.

A parte ieri (giornata che vi racconterò), non ho vissuto niente come “difficile”, pesante o stressante. E questo è decisamente positivo! Mi sono resa conto quando sono scesa dall’aereo che mi pervadeva una felicità profonda, direi essenziale, che continua anche ora e che spero tutti abbiano provato almeno una volta nella vita.

Ho con me una grossa valigia e uno zaino, unici oggetti non indispensabili per vivere sono il costume e la cuffia per la piscina e i libri. Ah no i libri per me sono essenziali per vivere. Sto leggendo “La potenza di esistere” di Michel Onfray, magari lo recensirò prossimamente, è un compagno di viaggio notevole, una nuova pietra miliare nel mio percorso filosofico dopo il Tractatus di Wittgenstein.

Come vi dicevo, riporto qui quello che ho scritto ieri (domenica), dopo la giornata più particolare che ho vissuto. Non è e non sarà un diario strutturato, ma una condivisione pura e semplice di quello che mi capita in questa esperienza nuova!

Domenica 6 ottobre del 2013, naturalmente a Berlino

Antefatto: ieri ho trovato una casa stupenda, camera con letto a una piazza e mezzo, una scrivania di vetro, un tavolo da pranzo rotondo di vetro con due poltrone, una lampada di design e tutta la parete di fronte occupata da vetrate che danno su un balcone con una vista meravigliosa su Berlino (21esimo piano). Alla signora (docente in comunicazione) ho detto: guarda per me va bene, in caso posso venire da domani? Certo! Quante valigie hai? Solo una molto pesante e uno zaino.. Perfetto, allora se è tutto confermato puoi venire domani a qualsiasi ora! Io: ok allora chiamo domattina per un’ultima conferma, a domani! A domani! Tschus!

Ieri sera provo a chiamare per confermare, niente.

Stamattina: chiamo una volta, niente, chiamo due volte, niente, mando un sms niente. Dovevo lasciare la casa in cui ero perchè la ragazza (amica di una mia conoscente) doveva ospitare altra gente. Al che ho pensato: la signora dovrebbe in teoria vedere altra gente dalle 2, vado da lei magari un pò prima. E’ vero, è stato un azzardo presentarsi là, ma dal mio punto di vista siccome abbiamo definito ogni dettaglio e ci siamo confermate a vicenda era tutto a posto.

Sono andata là, e mi ha detto: Devo chiedere ancora a Koni (qualcosa del genere, credo sia la ragazza che occupava la stanza e che però adesso non c’è, perciò mi chiedo che cazzo vuole sta Koni, e soprattutto ieri non esisteva neanche!), e ieri Koni mi ha detto che forse vorrebbe per più di due mesi, perciò dai magari ti dico stasera!

Ok. In mezzo a una strada, con 32 kg di bagagli, senza internet. Con una fame della madonna.

Ho attivato tutte le mie energie per il problem solving: ho proseguito per quella grossa strada cercando hotel che però erano costosissimi, a un certo punto ho girato a destra perchè mi pareva di ricordare un ristorante giapponese che infatti c’era. Ho chiesto “c’è internet?” un pò stranita e un pò tedesca la tipa mi ha detto di si e allora mi sono seduta a mangiare. Ho acceso immediatamente il computer, booking dot com e ho trovato un ostello che lì era segnalato a 500 metri ma in realtà poi ho scoperto che era a 50 metri (girato l’angolo) ed ero già passata di lì per caso chiedendo informazioni al signore un pò matto alla reception! Ho prenotato immediatamente l’ultima singola con bagno colazione inclusa 45 euro.

Poi ho cercato di chiamare per contattare i tipi degli altri appuntamenti per oggi, uno già fissato, gli altri da fissare, per vedere altre case. Nel frattempo google maps sempre aperto perchè una via a Berlino è come un ago nel pagliaio. Chiama, telefona, evidenzia le mail importanti, cerca le strade, prova a programmarti gli orari pensando a quanto ti ci vorrà da un punto all’altro della città. Non è stato un pranzo tranquillo. Però mi ricordo il sapore del sushi.

Fissato il primo appuntamento sono andata verso l’ostello. Il matto mi ha riconosciuta, abbiamo iniziato a parlare in italiano. Bene. Mi sono di nuovo connessa a internet, anche per messaggiare un po’ con mia sorella, che è stata veramente di conforto. Ho prenotato anche per domani notte, sfortunatamente devo cambiare stanza quindi domani devo rifare le valigie, portarle giù, andare a lezione, tornare qua e riportare le valigie nella nuova stanza.

Esco per l’appuntamento: credo che il simpatico signore sulla cinquantina fosse la reincarnazione di Hitler, non ho altra spiegazione. Mi ha accolta dicendo “togliti le scarpe!” Non ad esempio “guarda ti chiedo per favore di toglierti le scarpe perchè abbiamo il parquet, mi spiace ma non ho ciabatte da darti…”

“la camera è questa, chiaramente è solo per te e non ci dorme nessun altro. Nessun ragazzo, nessuna ragazza. Questo è il bagno. Questa è la cucina, la puoi usare per cucinare cose semplici, non so tipo una pasta. Niente cose elaborate, hai qualche stoviglia a disposizione.” Poi ci mettiamo in soggiorno: “questa è la stanza di me e Soni (oggi solo bei nomi eh!), la usiamo noi, perciò qui non ci puoi stare. Preferiamo gente che durante il giorno sta fuori casa perchè io sono un cantante lirico e studio in casa e ho anche dei miei clienti. Perciò se vuoi entrare di pomeriggio a volte puoi andare nella tua stanza”. Poi si alza, si avvicina al muro, e mi fa (bussando forte): “lo senti che rumore che fa? Questi sono muri di merda! Perciò quando chiudi la porta devi chiuderla così (e mi fa vedere), non così (e mi fa rivedere) che fa rumore. Credi di poter rispettare queste regole?” io “si” ho detto, “manco per idea, stronzo di merda” ho pensato.

Nel frattempo mi chiama un altro per un appuntamento, tale Ivan, completamente dall’altra parte della città, ore 18.30, erano le 16.

Ok, in mezzo a una strada, ancora senza internet, dopo aver visto uno stronzo. Mi serve internet.

Mi serve sedermi in un posto. Trovo un bar, chiedo “avete internet?” si. Mi sono seduta. Torta al cioccolato e the caldo.

Internet a quel punto mi serviva solo per messaggiare con mia sorella, sempre per il conforto di prima.

Entrano due italiani. Penso “benedizione!” e con una scusa attacco loro bottone. Parliamo un po’, mi dànno un sacco di aiuti ovvero siti per cercare casa, contatto facebook, numero di telefono e mi dicono “se vuoi noi abbiamo appena trovato casa, abbiamo un divano, possiamo ospitarti qualche giorno se ti serve!” grazie signore che non esisti, ma grazie a qualcosa lo dovrò pur dire.

Vado da questo tipo, Ivan, quartiere Neukolln, Berlino est. Quartiere niente di che, entro in un bar puzzolente a chiedere indicazioni che non mi sanno dare. Trovo un vecchietto, chiedo a lui, mi dice dov’è la strada, incredibilmente vicina. Non so quanto ho camminato e quanto ancora devo camminare per arrivare a sera.

Entro in casa, mi accoglie Ivan, veramente veramente bello, con cui c’è subito un bel feeling. Mi fa vedere la cucina, quasi nuova, la stanza in disordine ma con letto matrimoniale, il bagno normale e carino, il soggiorno grande con uno stereo veramente di tutto rispetto e un gran divano.

In ogni stanza dice “qui devo fare questo, qui devo sistemare quella lampada, qui devo fare quello…” Lo fa col piglio del pittore/tuttofare dilettante… veramente simpatico!

Al che però una domanda mi sorge spontanea: quando ha intenzione di farli questi lavori? Glielo chiedo, mi chiede: tu da quando hai bisogno? io “da oggi!” e lui “ok! beh allora va bene! … Ma ti piace la casa?” Si! “allora vieni che parliamo dei dettagli! Ci accordiamo sul prezzo (ho trattato sia sul prezzo che sulla cauzione, mi ha detto che va bene se sto la due mesi, martedì va in un ufficio per fare una specie di scrittura privata tra me e lui), mi racconta che è un insegnante di danza (alla faccia, si vede proprio!) e del suo progetto di andare in Sud America qualche mese, gli chiedo se mia sorella può dormire lì una notte (in realtà è una domanda per capire se è gradita l’ospitalità o no), e mi dice “si certo, anche una settimana se le serve! Basta che non porti 5 uomini!” e io: “ma se ne porto tre?” Risate. Sto ridendo con un tedesco! Incredibile.

Mi dice che ha un altro appuntamento dopo ma che dirà che ha già confermato con me, rimaniamo d’accordo che vado martedì alle 19.

Casa trovata! Ma a questo punto aspetto martedì per cantare vittoria. Ma casa trovata!

Bene. Torno in ostello, ora c’è una mission importante da risolvere: mi serve un supermercato. Sono veramente stanca, non so quanto ho camminato ed ovviamente è domenica. Ipotesi kreuzberg/pachistano, o ipotesi 2 trovare qualcosa per caso aperto un po’ più vicino. Alla fine chiedo a una signora, c’è una fermata della metro grande con un supermercato che dovrebbe essere aperto fino alle 10, è a 40 minuti a piedi. Mi sbrigo perchè sono già le 9 e qualcosa, lo trovo, compro, esco.

Ho di nuovo fame, molta fame, dannazione! Mi fermo in un pub irlandese, colori caldi, luci soffuse, gente che parla inglese, mi siedo, ordino, mangio ed esco.

Torno a casa sempre a piedi, ormai mi trascino, cerco di individuare le priorità, che sono: scrivere questo papiro, scaricare un documento della tesi di mia sorella, rifare la valigia e predisporre le cose per domani.

Trovo ancora un volta quasi per caso la strada più breve per l’ostello ed entro. Saluto il mio amico che parla italiano, mi siedo sul letto e scrivo.

Fine della giornata.

Ho imparato molto in questi due giorni: che se si è felici, se si è tranquilli, se si confida nella vita, non serve niente per vivere, se non un tetto sotto cui stare (possibilmente stabile) e delle persone con cui scambiarsi storie, parole e affetto. Qualche vestito e qualcosa per mangiare. Stop.

Bisogna aggrapparsi a se stessi quando non si ha niente, e se ci si rende conto che siamo noi, solo noi nel mondo, allora noi bastiamo a noi stessi.

Io, la mia vita, il mondo in cui vivo, le persone con cui sto al mondo. Stop.

Sono felice di avere imparato questa cosa e spero di non dimenticarmela mai.

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Gerakas

25 06 2013

Gerakas non è solo un luogo. E’ una strada e una persona.

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Per arrivare 25 chilometri di strada, di un asfalto rude, talvolta coperto da sassi, ghiaia, terra rossa, che si stringe, poco spesso si allarga, che dà spazio a uno strapiombo continuo soprattutto all’andata, percorrendo questa via verso nord. Trovarsi con il precipizio a destra -soprattutto in motorino, e soprattutto con un motorino da noleggio- non è mai una bella opzione, ed è meglio non pensare a cosa può succedere se si trova la ghiaia sbagliata, ma io non ci sono riuscita, c’ho pensato e ho avuto paura. Per la prima volta da quando sono ad Alonissos, isola splendida delle sporadi greche. E poi ho sempre raddrizzato il mio sguardo verso il futuro e mi sono detta “stai concentrata, andrà tutto bene”. Due volte mi sono fermata, per scrutare l’orizzonte, fotografare e permettere al mio cervello di abbandonare la concentrazione. Poi sono ripartita, ed è andato tutto bene.

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Salendo verso nord (Gerakas è la punta a nord dell’isola), gli ultimi 15 chilometri di strada sono nel completo nulla, o meglio nel tutto. Non una casa, una costruzione, ogni tanto qualche camion di qualche cantiere abbandonato. Tutto immobile fuorché il vento che tutto muove. La terra per la prima volta si fa più brulla -la straordinarietà di quest’isola è che è tutta collinare e ricoperta di pini, perciò si è in un paesaggio montano fino a quando si prendono le stradine che scendono verso il mare, e vicino al mare dai pini montani si passa ai pini mediterranei-, gli uliveti, già cospicui in tutta Alonissos, qui marcano maggiormente la loro presenza, ci sono ulivi ovunque, davanti, dietro, di fianco, le olive non sono ancora mature.

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E poi, dopo tanto nulla, si arriva.

Una risata m’ha preso, incredibile aver fatto tutta quella strada per una conca d’acqua contenuta fra le anche di due colline, paesaggio quasi marziano, non tanto per i colori quanto per l’assurdità. Ci sono un po’ di barchette nel mare, non si sa bene di chi, qualche sdraio in plastica senza ombrelloni, e un caldo cocente ma benevolo, sono le tre del pomeriggio.

Gerakas è anche una persona, un uomo a cui colpevolmente ho mancato di chiedere il nome. Sulla settantina credo, magro, secco ma vivido e vivo, vive in una fattoria malandata, una casoccia più che altro, né catapecchia né casa, pesca “con la barca rossa che ho al di là degli scogli” qualche pesce, ha qualche gallina, non ho capito come ma produce formaggio, coltiva qualche verdura. E ha allestito un chioschetto con due tavolini sopra cui alberga un po’ d’ombra in cui prepara da mangiare per gli avventurieri: il pesce pescato alla mattina, un’insalata, un souvlaki, qualcosa del genere.

E lui sta bene lì, gli ho chiesto con effimera ed inutile curiosità “ma d’inverno? Qui non c’è nessuno…” “Yes yes but it’s good, I’m fine here, there’s all, and there’s no cold, the temperatures are from 8 to 13 degrees… It’s good!” e poi a scansare la conversazione, per tornare al suo. Mondo, chiosco, pesce, al suo.

Per qualche minuto siamo stati solo noi due lì, unici custodi di quella realtà istantanea.

La cosa eccezionale è che questo non è solo un uomo, è uomo “lì”, accoppiato con l’ambiente in cui vive in una sinergia di intenti tanto semplice quanto incredibile. Quel luogo, quell’uomo e quella strada sono lì, e anch’io ci sono stata.

E così, la ripartenza, verso una spiaggia più confortevole per lo studio, e il ritorno.

Non un’emozione m’è rimasta, solo vita.





Come imparare una nuova lingua (il tedesco) da zero: il decalogo

20 06 2013

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Ok, sono ormai 15 giorni che mi cimento con l’apprendimento di una nuova lingua da zero. Completamente da zero. Ancora devo conoscere qualcuno che sapesse meno tedesco di me (le mie basi? Danke, bitte, Guten Morgen, e il ritornello dell’inno alla gioia ma senza conoscerne il significato. Ah, e le frasi sui treni, adoro leggere le cose nelle altre lingue anche se non le conosco). Mi sento pronta -quasi quanto una veterana!- per offrire qualche consiglio, dato che il mio scopo è imparare in fretta! Bene, e in fretta. Per ottenere il dannato certificato B2. Perciò ovviamente sono consigli in merito a quello che sto facendo io ritenendolo utile! Più che altro è un racconto dei primi 15 giorni di questa nuova avventura!

1) Divertitevi! Questa è la prima cosa. Divertitevi a ripetere le parole, a leggere cose di cui ignorate il significato, a pronunciare quei suoni, a guardare le figure come se foste dei bambini! Si è dei bambini quando si impara una lingua da zero, bisogna imparare ogni parola, ogni cosa. Imparate fino a quando avete la percezione di divertirvi, fino a quando siete tranquilli. Se ad un certo punto vi agitate, vi stufate, vi sembra tutto troppo pesante, smettete. Ci sarà tempo più tardi e sarà tempo meglio sfruttato!

2) Prendete lezioni private! Se volete che il vostro apprendimento sia efficiente fate lezioni 1:1, possibilmente con un insegnante madrelingua, o meglio ancora bilingue, e meglio se esperto nell’insegnamento. Lui vi saprà consigliare i supporti da utilizzare, vi guiderà e soprattutto vi insegnerà le cose che sui libri non sono scritte o ben specificate.

3) I supporti: variateli! Il mio insegnante mi ha consigliato un libro di testo generale, uno di grammatica, un vocabolario illustrato (da bambini, appunto), e un libro con dei cd in cui ci sono solo dialoghi da ripetere. In più io mi ero iscritta (e sto continuando) su busuu, e forse mi farò anche mochalive, vedremo. L’importante è sapere quali sono i 2-3 testi di riferimento, e usare gli altri come corollari. E’ importante ampliare, bisogna evitare di disperdersi.

4) Pazienza! Serve tanta pazienza! Soprattutto se avrete più supporti didattici vi sembrerà di andare come delle formichine, farete 3 pagine da una parte, 2 dialoghi dall’altra, e così via. Ma in questo modo avrete un panorama più ampio della lingua, ogni libro vi fornirà una sfumatura diversa, e apprenderete dall’esperienza (si fa per dire) e non solo dalla grammatica ad esempio i pronomi personali, possessivi e altri “particolari”. Vi sembrerà molto più familiare il tutto!

3) Ripetere, ripetere, ripetere! Non so quanto si possa essere portati per le lingue, io lo sono nella media credo (forse un pò sotto), quindi per imparare una parola devo ripeterla un pò di volte! Decidete voi ogni quanto ripetere, se siete dei kamikaze ripetetela pure 20 volte di fila, se no ve la annotate e ogni tanto la ripetete/rileggete.

4) Quadernino! Segnatevi su un quadernino le cose che non vi ricordate, le frasi, alcuni particolari, in modo che sia un punto di riferimento “riassuntivo” ma non troppo metodico, e che possa esservi utile in qualsiasi momento, basta tenerlo in borsa!

5) Fate ogni cosa che vi serve per imparare: dovete ripetere stando in piedi? Fatelo. Sentite che dovete allenare la pronuncia guardandovi allo specchio? Fatelo. Volete ripetere i numeri mentre lanciate la pallina al cane? Fatelo, anche se probabilmente vi guarderà storto.

6) Grammatica: ecco. Avete presente il punto 2? Moltiplicate la pazienza che pensavate di aver utilizzato a sufficienza per un fattore x imprecisato e tendente all’infinito! Ci sono 6200 regole per ogni unità, di cui alcune completamente scoraggianti. Ad esempio, se dopo aver cercato di memorizzare 8 regole per comporre il participio passato dei verbi deboli, forti, misti, separabili, che finiscono con le varie opzioni (es t, d, n, m o ss, tz, ecc…) compare a tradimento la frase: “non esiste regola per determinare se un verbo è debole, misto o forte e pertanto il participio passato dei verbi va imparato a memoria” non vi scoraggiate, almeno saprete che è necessario impararli a memoria. Questo implica il fatto che ci si può dimenticare parte delle 8 regole suddette! Aggiungo un’altra cosa in merito. Il libro che ho io (grammatikdirekt) è fatto assolutamente da dei bastardi, si si questo posso dirlo, che nella prima pagina del libro negli esercizi mettono l’eccezione dell’eccezione di cui neanche loro parlano. Resistete! Per fare ogni esercizio impiegherete circa mezz’ora, ma è normale non vi preoccupate. Ricordate la pazienza! Io poi sempre per divertirmi la prendo un pò come una sfida…

7) Programmazione: stabilite i vostri obiettivi e il tempo per raggiungerli. Ovviamente servono centinaia di ore per imparare una lingua. Decidete voi in quanto tempo distribuirle, l’importante è la costanza. La velocità con cui si impara una lingua è direttamente proporzionale alla necessità di impararla.

8) Cercate di comporre frasi semplici nella nuova lingua! Ad esempio se vi viene in mente “ho fame, vado a comprare le zucchine” oppure “ho freddo, ci sono 15 gradi” provate a pensarla in tedesco, e a vedere quali “pezzi” vi mancano per comporre la frase nel modo corretto. Ah, in tedesco l’ordine della frase cambia in 200 modi, ma questo ancora non l’ho imparato! 😀

9) Rompete le balle ai vostri amici/parenti! Mandate baci in tedesco, salutate in tedesco… Avete un amico che ha fatto alle medie tedesco? Impezzatelo per scambiare due parole! Avete un amico che ha fatto l’erasmus in Germania? Mandategli una mail in tedesco! Avete un conoscente di un lontano parente di un vostro amico in Germania? Contattatelo su skype! Tanto non vedrete la sua faccia contrita… Insomma trovate contatti e cercare di dialogare il più possibile in tedesco! Il vostro cervello sarà così convinto che quelle ore passate a fare quegli esercizi di grammatica saranno servite a qualcosa!

10) Fate un viaggio studio in Germania! Io mi sto organizzando, esistono dei corsi intensivi per adulti con varie tipologie di sistemazioni, ovviamente là si impara molto più in fretta perchè ci si confronta con la vita semplice e reale (le indicazioni stradali, le ordinazioni al bar, i musei…), si sentono tutto il giorno quei suoni… Entrare nella musicalità della lingua è fondamentale, forse la cosa più importante per imparare bene e in fretta! Prosodia è la parola chiave.

Ecco, io così sto facendo, spero di ottenere risultati in tempi celeri! Finora mi sto divertendo!





Fuga per la vittoria

13 06 2013

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Ok non posso più tergiversare. Simona mi ha convinta, scrivo di nuovo.

Scrivo perchè parto. Parto perchè non ne posso più, ho bisogno di avere almeno la speranza di avere un futuro, parto per avere una formazione medica migliore, per imparare di più e meglio, parto perchè ho svariati progetti di ricerca e sperimentazione già quasi pronti per partire ma qui mi hanno sempre chiuso la porta in faccia -anche se ho offerto il mio lavoro gratis-. La percezione, o meglio la certezza, di sbattere ogni volta contro un muro, rimbalzando cercando di imitare “Ercolino sempre in piedi”, ovvero cercando di non cadere e ritrovare il proprio baricentro. Purtroppo ho capito definitivamente che qui le alternative più facili per andare avanti sono 3:

a) Essere figlio di, parente di, raccomandato da

b) Essere già Professori e/o con una carica pubblica riconosciuta

c) Essere amici di. Il di include persone influenti e/o i viscidoni con 200 mila contatti grazie a cui si riesce ad entrare in gruppi di “amici”.

Qui funziona tutto a cerchie, dal baronato in giù. Anche il più sfigato dei ricercatori, con lo studio impolverato e ingiallito, un computer venuto giusto dopo il commodor 64, ha il suo gruppo. O stai dentro o stai fuori. Se sei fuori, se non hai una borsa di studio, se non sei già ricercatore ufficiale, se non sei già prof col cavolo che puoi fare qualcosa! Qui tutto ha bisogno di carte, di certificati, di titoli che servono solo per essere appesi ai muri dato che vengono ottenuti dopo una formazione che è fra le ultime in Europa come qualità.

Non ci sono chances, e non ho intenzione di fare alcuna fatica per rientrare nel gruppo b o gruppo c! (Il gruppo a l’abbiamo già scartato a priori essendo figlia ovviamente dei miei genitori, i quali però non hanno ruoli tali da poter raccomandare e in ogni caso non lo farebbero mai).

Quindi parto! Direzione Germania! Il bello è che sento che è assolutamente il posto in cui devo andare, ma le mie basi di tedesco sono: danke, bitte, guten tag, keine gegenstaende aus der fenster werfen (non gettare oggetti dal finestrino, la so perchè quando ci sono frasi scritte in più lingue mi diverto a leggerle in tutte le lingue! E questa c’è sui treni). Perciò mi sono attrezzata: lezioni private 1:1 per migliorare l’efficienza, libro di testo, libro di grammatica, libro con audio, dialoghi e supertavola riassuntiva della grammatica, vocabolario illustrato. Tanto studio e tanta pazienza! Credo di aver già ripetuto 12 volte gli articoli, i verbi al presente e gli ausiliari, per non parlare di tutti i dialoghi possibili che iniziano da “come stai?” o “da dove vieni?”. Ora procedo col resto. E’ strano pensare che ogni parola per dire ogni cosa la devo imparare da zero, ma così funziona e così mi serve per partire.

Quando leggevo sui giornali di persone che dicevano “non ne posso più per questo e quest’altro motivo” e quindi parto “con questa e quest’altra motivazione” mi chiedevo se era veramente così, ed è così. Sono arrivata a un limite, a un punto di non ritorno, per cui non sopporto più niente delle cose che non funzionano di qua, e voglio partire con la speranza (dalle informazioni dirette che ho direi la certezza) di trovare di meglio. Ogni volta che c’è un disservizio, o qualcosa che non funziona, o che leggo i giornali la prima cosa che penso è “faccio proprio bene a voler andare via” e la seconda è una sensazione di distacco, come se queste schifezze non mi appartenessero più. Io sono già distaccata, sono già da un’altra parte, non posso più far sì che i problemi di questo stato diventino miei problemi.

E per fortuna che non ho la tv! Ah, a tal proposito, spegnete la tv. Io la campagna per spegnere la tv l’ho già fatta. Vi accorgerete di essere più liberi, con taaanto tempo in più per dedicarvi alle cose che vi piacciono o anche per oziare con gioia, e molta meno bile da smaltire. (Written by colecisti e coledoco che ci tengono al copyright).

Credo che una volta si parlava di fuga di cervelli, ora è più corretto parlare di fuga di persone, perchè qui non si fugge solo perchè non consentono di utilizzare il cervello, ma perchè questo paese non offre prospettive di nessun genere e tipo. Ho iniziato ad appassionarmi di politica a 12 anni e in questi 15 anni nulla è cambiato, anzi direi che le cose sono peggiorate sotto ogni punto di vista. La crisi è ovviamente reale ma è una scusa che utilizzano per giustificare ogni nefandezza, ogni abuso di potere, ogni riduzione dei diritti dell’individuo.

Noi giovani o abbiamo famiglie in grado di comprare una casa, garantire per un mutuo, aiutare per tenere i nipotini, oppure non c’è alcuna possibilità per chi è fuori casa e si paga l’affitto| di costruirsi un futuro stabile.

Infatti, siccome ormai il degrado socio/politico/economico colpisce anche i medici e in generale i lavoratori del servizio sanitario, gli scenari possibili per me finita la specialità sono:

1) imbucarmi in un dottorato dove mi pagano 1000 euro al mese senza comunque la possibilità di proporre alcun progetto. Della serie parcheggio fila A posto 4 settore viola.

2) cercare contrattini schifosi, senza diritti e di 6 mesi in 6 mesi presso case di cura private

3) cercare di lavorare in un ospedale di provincia lontano da ogni cosa sempre con “borse di studio” o da libero-professionista, pur avendo tutti gli oneri di un dipendente.

Ci sono altre opzioni, ma il concetto è che finirò l’iter formativo a 30 anni dopo aver fatto ogni passaggio in pari e rispettando i tempi e dovrò ricominciare da capo, con una stabilità che potrà arrivare forse e dico forse a 40 anni! Ma che poi, a me la stabilità non servirebbe neanche niente, io vorrei costruire la mia vita sulla base di progetti, per cui ad esempio per 3 anni mi dedico a un progetto, per 2 a un altro, per 5 a un altro ancora. Figuriamoci se qui è possibile! Quindi la stabilità è l’unica sana alternativa a questo sistema che mi corrisponderebbe totalmente.

Ah, quarta opzione: partecipare a concorsi probabilmente truccati (che comunque adesso sono bloccati) tanto per partecipare. Pagare marche da bollo, mille cose burocratiche compresa la dichiarazione della fedina penale pulita, che un medico deve giustamente avere ma un politico no, studiare cose inutili per l’ennesima volta, scrivere fiumi di parole nella speranza di un posto che difficilmente arriverà!

Quindi imparare da zero una lingua mi sembra operazione più facile di ognuna di queste quattro possibilità! Sento che là potrò trovare la tranquillità donata dalla realizzazione professionale, e questo è il più grande regalo che posso farmi.

Ecco, non sapevo se scrivere perchè il progetto è ancora in fase di costruzione, appena iniziato, è tutto da vedere, da imparare e da scoprire, ci sono tanti rischi. Ma andrà tutto bene! Ogni tanto me lo ripeto stile mantra. Scrivo per condividere questa scelta di vita, e anche perchè forse può essere utile per qualcuno conoscere il processo e i passaggi prima di partire, perchè tutti raccontano cosa avviene nel paese in cui si arriva, difficilmente si legge cosa succede prima.

Quello che è certo è non parto per la disperazione, parto proprio perchè ho la speranza che le cose possano cambiare.

Vi aggiornerò!





La Prima

28 01 2012

Quale migliore occasione per scrivere se non dopo aver preso parte al Bello?!? Questa sera sono stata con una mia amica alla prima serata -dedicata al giorno della memoria- della stagione sinfonica del Teatro Comunale di Bologna, esperienza indimenticabile. Mi piacerebbe aver studiato al conservatorio per essere i grado di ascoltare in modo approfondito ogni passaggio e coglierne con dovizia ogni particolare tecnico.

Quando ho visto salire sul palchetto Noam Sheriff, ho visto l’orchestra in silenzio, l’aura che si è creata attorno al direttore, e ho capito cosa intendeva dire John Cage nel suo 4:33 : il silenzio è la vera essenza dell’orchestra, lì si coglie il microcosmo che si instaura e si instilla. La musica è un accessorio. Certo che è un accessorio costruito bene, ce ne fossero di accessori così!
E’ incredibile la varietà di gesti del direttore, chissà quali sono le forme mentali che abitano la sua musica, o meglio la sua rappresentazione di musica. E’ stabile, centrato, ma anche comunicativo e proteso verso l’orchestra.
Anche il pubblico è un microcosmo, ma certo non è possibile staccare gli occhi dagli strumentisti, ognuno con le sue peculiarità, ognuno con la sua musicalità, col suo mondo, coi suoi suoni. Tutti insieme, disgiunti e contemporanei in quell’unione di intenti chiamata orchestra.
C’è il primo violino, alto, magro, la parola migliore per descriverlo è: interezza (serve una parola con una i e qualche e, senza vocali aperte al centro). Suono pulito, coerente, deciso, con personalità.
C’è il violinista in seconda fila, energico, talento incredibile, forse esprimibile ancora meglio diminuendo la lieve rigidità nell’esecuzione.
In centro il violoncellista giovane, ragazzo che canta la musica che suona. Tenero, dolce.
E poi le viole, i contrabbassi, che segnano il tempo, fondamentali e vera “colonna portante” nella prima composizione di Noam Sheriff.
Dietro i fiati, gli ottoni, speciali, e le percussioni, anche loro fautrici del tempo che cambia continuamente, coi suoi accenti e le sue danze.

Nella seconda esecuzione (Kol Nidre, di Shoenberg) entrano la voce recitante, e il coro, decine di elementi posizionati in modo perfetto, tale da rendere armonicamente ricco ogni passaggio.
Mi accorgo definitivamente (forse è la posizione, sono seduta abbastanza avanti quasi centralmente) che il legno -direi ciliegio- che ricopre le pareti del teatro è perfetto per rendere tangibile ogni nota timbrica delle voci, che sembrano con le loro curve penetrarne i pori, mentre rende sicuramente caldo il suono orchestrale, ma forse ne chiude un po’ gli armonici; certo risaltano i medi, cuore e baricentro sonoro.

Arriva il momento della sinfonia: la mia prima sinfonia a teatro, è la prima sinfonia in re maggiore di Gustav Mahler. Maestosa, splendida, emozionante. Alla fine del primo movimento, abitato da atmosfere gioiose, poi angosciate, poi di attesa, qualcuno applaude, ma fortunatamente viene zittito prima che la cascata dell’evento “applauso” si completi. Inizia il secondo movimento, all’interno del quale cambia qualche accento ritmico, che crea sospensioni sonore, in alcuni casi si deve attendere qualche microsecondo per udire gli archi dopo le percussioni, qualche volta avviene il contrario. E’ come una danza, calda e avvolgente.
Poi il terzo, timpano (esegue due note alternate) e contrabbasso solista. Trasposizione in tonalità minore di fra martino (forse è un re minore, ma non ne sono certa), tono sommesso. Penso a quale universo-mondo è possibile rappresentare attraverso “fra martino”, penso a come è possibile ampliare la sfera semantica e la ricchezza simbolica ed eventuale di ogni aspetto dell’esistenza. Poi il cambiamento: sembra una nuova primavera, accomodante e rasserenante, ed ancora: il tempo, la dinamica, “l’arrangiamento” shiftano verso il klezmer, e poi verso armonie dell’est europeo.
Si chiude col quarto movimento, maestoso, fortissimo, stupefacente. Si continua così, pur con qualche ritorno a qualche armonia più “primordiale”, naturale. La fine è nuovamente maestosa, quasi Beethoveniana (d’altronde si ascolta una sinfonia e come si fa a non evocare Beethoven?), il compositore sembra quasi volersi ingraziare il pubblico, lo chiama, lo invoca e lo fa tendere a sé, incitando gli applausi finali. Si alzano gli ottoni sul finire della sinfonia, per completare la maestosità dell’opera.

E infatti non fa in tempo a finire questo capolavoro, neanche un respiro che lasci decantare l’emozione, il sentire, e iniziano gli applausi scroscianti. Qualche “Bravo!” al direttore, io dico “Bravi!” perché tutti hanno fatto parte di quel mondo, tutti i musicisti l’hanno composto e l’hanno unificato, mi asciugo una lacrima e riprendo ad applaudire. Ancora applausi, non saprei dire per quanto tempo, ma non è importante, il presente di quel luogo è diverso da un qualunque altro presente in città. Il direttore esce e rientra almeno quattro volte, ringrazia, è calmo e grato, accogliente. Speriamo nel bis, ma non viene eseguito. Il direttore chiama a sé il primo violino, escono seguiti da tutti gli altri, finisce la prima serata sinfonica del Teatro Comunale di Bologna. Vorrei aspettare che escano tutti per godermi il nuovo presente del teatro, cambiato per sempre da quei suoni, ma esco con la mia amica, mi sembra tutto concitato, il presente è tornato contratto, è nuovamente necessario intel-leggere il vissuto nelle increspature che il quotidiano lascia libere. E penso “grazie perché esisto”.





La corriera stravagante

4 09 2011

A volte capita di leggere qualche libro che risponde in modo perfetto alle necessità sognanti della nostra persona in un determinato momento. E capita di trovare per caso libri che con la loro storia, con la loro narrazione immettono in un mondo nuovo, in cui regna la semplicità del vissuto magistralmente raccontata attraverso la grandiosità di ogni particolare. E così l’asciutto e la limpidezza di ciò che accade si fonde con la meraviglia della descrizione.
Era da quando ho letto “il vecchio e il mare” che non rivivevo più questa sensazione, che John Steinbeck con la sua “Corriera Stravagante” mi sta regalando.
Dedico questo post al Festivaletteratura di Mantova che sta per iniziare, perchè la cultura frizzantina della letteratura è una risorsa fondamentale e ricca e bella.

[…]Dopo poco, una mosca piccina ancora torpida dalla notte, si tirò fuori a fatica di sotto la foglia e si fermò nella chiara luce del sole. Aveva le ali di un’iridescenza torba, ed era intirizzita dal freddo notturno. Si strofinò le alucce con le zampette, poi si strofinò queste insieme, poi si strofinò la faccia con le zampette anteriori, mentre il sole, scendendo obliquo di sotto i nuvoloni rigonfi, le riscaldava gli umori. Ad un tratto la mosca si levò, fece due giri, svolazzò sotto le querce, andò a sbattere contro la rete metallica dell’uscio del ristorante, cadde sul dorso, e rimase per un attimo capovolta, ronzando contro terra. Poi si rimise in equilibrio, volò via, e andò ad appostarsi sullo stipite dell’uscio. […] (John Steinbeck)





Logica e illogica, assoluto e relativo

29 03 2011

 

Qualche giorno fa mi è emerso un ricordo dei primi anni di catechismo, credo che fossi in terza elementare. La scena che si è svolta fu la seguente: abbiamo letto un passo del libro del catechismo in cui Dio (o Gesù? Boh) esortava a impugnare le spade per combattere i miscredenti, mentre qualche settimana prima avevamo letto sempre dallo stesso libro che Dio perdonava tutto e tutti. Siccome in quell’occasione c’era il prete (evento speciale, dato che di solito erano presenti solo le catechiste, una per classe) gli ho posto la seguente domanda: “perchè se Dio perdona tutti poi ordina di prendere le spade?” e poi ne avevo approfittato per chiedere come mai Dio amasse più di ogni altra cosa suo figlio uomo e però ogni tanto chiedeva ai padri veri di sacrificare qualche figlio.

Il sacerdote mi aveva risposto in maniera quantomeno vaga, ma a me non interessava più di tanto perchè quello che per me aveva reale importanza era interrompere il discorso totalmente inutile che stava facendo. Del resto andavo a catechismo perchè poi potevamo usufruire di un oratorio enorme, pieno di ogni tipo di gioco divertente, dal ping pong al bigliardino al campetto. (Questa cosa era così evidente che per ben due anni le catechiste per santa Lucia mi hanno regalato il carbone, sempre per assumere il perdono come elemento cardine della vita secondo Dio)

In pratica quello che io chiedevo era il motivo della contraddizione divina, e i criteri attuati per il processo di identificazione di Dio. Se Dio è tutto e il contrario di tutto ed è sempre nel giusto, perchè noi siamo a sua immagine e somiglianza ma siamo condannati all’erroneità? Perchè alcuni possono dire che per loro l’obbedienza assoluta è la caratteristica più fondamentale di Dio, e perchè alcuni altri pensano così della conoscenza, e perchè altri ancora ritengono il perdono l’aspetto più importante dell’immagine di Dio?

Gli chiedevo altresì il rapporto tra l’imbuto formato dalla relatività provvisoria umana che doveva interpretare l’assoluto divino, e l’assoluto divino nella sua identità.

Nel tempo ho trovato la risposta ad entrambe le domande, ma oggi ho trovato un modo logico di rispondere alla prima domanda “Qual è il rapporto tra le caratteristiche che l’uomo ritiene giuste, e ritiene più degne di essere assunte nel rispetto dell’identità di Dio, e l’identità di Dio?” Questo è il seguente.

Premessa A: L’uomo contiene tutte le caratteristiche dell’individuo inteso in questa trattazione

Premessa B: Dio è tutto e il contrario di tutto

Premessa C: L’uomo è a immagine e somiglianza dei Dio

Conclusione D: Ogni caratteristica assumibile dall’individuo è propria di Dio

Conclusione E: All’uomo inteso come individuo piacciono le caratteristiche di Dio che gli corrispondono.

Queste proposizioni hanno il seguente schema:

 

Si può asserire che:

1) Domande anche solo lievemente differenti decretano la logicità o meno della risposta.

2) Lo stesso problema posto con due livelli linguistici differenti si suddivide in due sottoproblemi, ognuno appartenente alla sfera semantica corrispondente al livello linguistico utilizzato.

3) Ciò che unisce le due sfere semantiche è l’esperienza e la capacità di trarre conclusioni da essa

4) La capacità di trarre conclusioni a partire dall’esperienza dipende dal livello linguistico utilizzato (questo alla luce del secondo e soprattutto del terzo paragrafo è un paradosso).

5) Ogni uomo inteso come individuo si serve del linguaggio per spiegare il suo mondo

6) Questo strumento comune a ogni individuo in quanto uomo ri-unifica il problema precedentemente sdoppiato. (Questa è la risoluzione del paradosso)

7) La mia prima domanda è in realtà contenuta nella seconda. C’è una conclusione F comune ad entrambe le domande.

8. La risposta alla seconda domanda (ovvero dell’essenza stessa della religione intesa come attività umana e del rapporto linguistico tra uomo, religione e Dio) nella prossima puntata!