Philarmoniker Berliner Orchestra

19 10 2013

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Giovedì sera sono andata ad ascoltare la Berliner Philarmoniker Orchestra per la prima volta. Programma della serata: Matthäuspassion di Bach, che prevede voci soliste, doppio coro, doppia orchestra. Come nello stile di Bach, non movimenti ma tanti brani (come nelle variazioni di Goldberg ad esempio). Più “insolito” per Bach una ricchezza armonica e una gamma variegata di soluzioni e suoni che secondo me hanno pochi eguali nella storia della musica mai composta. Un capolavoro assoluto.

Direttore: Simon Rattle. Che conosco in quanto direttore residente della Philarmoniker, e che amo da quando ho ascoltato le quattro sinfonie di Brahms da lui dirette. Ha una capacità unica nel capire e far risaltare la complessità e le differenti relazioni melodiche, ritmiche e armoniche tra i vari strumenti che si trovano nei lavori di Brahms. Dal mio punto di vista Rattle ha capito Brahms insomma, e Brahms in assoluto è il compositore che preferisco. Quindi diciamo per un sillogismo emozionale, per una traslazione linguistica amo anche Simon Rattle. 

 

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La Philarmonie: wow. Un edificio pentagonale (più o meno, così mi sembra), di tre piani, alta architettura perlomeno nella progettazione delle forme e degli spazi. Meno per i materiali (perlopiù cemento), ma è stata costruita negli anni ’80; si trova -manco a dirlo- in via Herbert Von Karajan. Sono entrata due ore prima del concerto per cercare di prendere un biglietto dato che in teoria c’era il sold-out, perciò ho potuto visitare tutti gli spazi. Sono poi approdata nella sala del concerto, ed è stata una meraviglia. Il palco è al centro, è tutto costruito su più livelli per diminuire le distanze, il pubblico circonda completamente i musicisti. In ogni punto della sala il suono è perfetto. 

Poi è iniziato il concerto. Sono entrati i musicisti, poi il nugolo di coristi e Simon Rattle. Dopo qualche secondo, come una sorpresa, il coro delle voci bianche ha iniziato a cantare in mezzo al pubblico alla sinistra del palco. Profonda commozione. 

Durante tutto il concerto ho assistito a una performance eccezionale: i musicisti migliori, tra cui Emmanuel Pahut, flautista che ascolto da un pò, la enorme capacità da parte di tutti di valorizzare ogni nota suonandola perfettamente; i cantanti favolosi. I solisti non si sono limitati a cantare, hanno interpretato le loro parti quasi come in un’opera. Simon Rattle nei momenti in cui suonavano molti strumenti e i cori dirigeva, in altri si limitava a guardare, spettatore/attore di quel portento. 

Anche qui, rispetto ad altre versioni della passione che ho ascoltato, erano più marcate le differenze ritmiche e melodiche tra gli strumenti, quasi al limite del fuoritempo. Ma grazie alla bravura eccezionale dell’orchestra questo ha permesso di valorizzare ogni linea strumentale, evidenziare la complessità dell’opera e allo stesso tempo creare delle connessioni tra le varie parti, delle relazioni che hanno rafforzato l’ensemble e la coerenza della composizione. Rattle ha colpito ancora. 

Durante il concerto i musicisti, i cantanti, si muovevano continuamente. E così un “personaggio” cantava tra il pubblico alla destra del palco, i flauti si spostavano al centro del palco, l’oboe andava tra il pubblico alla sinistra del palco e accompagnava un cantante al centro, o all’estremità posteriore della Philarmonie. E’ stato eccezionale. Come vedere un nugolo di api perfettamente in ordine. La potenza del sistema complesso espressa attraverso la competenza, la sapienza e la bellezza dell’arte. 

Non avevo mai vissuto niente del genere. 

E il suono, quel suono perfetto. Caldo, avvolgente, completamente uniforme, ma con ogni fascia di frequenze ben rappresentata e bilanciata. 

Non è stato solo un concerto, è stata una performance completa e magnifica da ogni punto di vista. Che meraviglia. 

Alla fine abbiamo applaudito per alcuni minuti, è stato veramente un capolavoro e l’applauso è il grazie finale, dovuto. Sul palco sono saliti anche due bambini del coro di voci bianche. Fieri ma composti, ordinati. Con una dignità e una presenza incredibili. Questa è una società che permette ai bambini di svilupparsi come individui già da quando sono piccoli. Sono pienamente riconosciuti come persone a tutti gli effetti, sono vere e proprie entità che coltivano la loro esistenza e autonomia. Questa è una società bella. 

Quello di giovedì è stato un sogno realizzato, un altro motivo per ringraziare la vita, l’universo e tutto quanto.





Storie e musiche dal mondo

4 07 2013

La vita all’accademia internazionale prosegue. Lezioni 7 giorni su 7, 8 ore al giorno, poi il tentativo di studio in vista dell’esame, che negli ultimi giorni sta fallendo miseramente. Prendere coscienza dei propri limiti e del proprio esaurimento talvolta è utile nonché indispensabile. Si perde un po’ il senso del tempo in un luogo lontano isolato ed essendo occupati tutti i giorni, ma è anche bello così, più che altro è, va bene. C’è tempo per avere il senso del tempo, tutto il resto dell’anno.
La vita all’accademia prevede un’internazionalità che non avevo mai vissuto prima. Quest’anno sto conoscendo tantissime persone, tantissime storie di persone di tutte le età da tutto il mondo. E così ho parlato con una russa che da quando è piccina vive in Canada ma nella sua vecchiaia vorrebbe tornare in Europa, possibilmente in Italia “perché a Toronto non c’è niente” “ma Toronto è una delle città più grandi del Canada!” “ma ha solo due milioni di abitanti!” O_O L’ho dovuta avvertire che le uniche città più grandi in Italia sono Roma Milano Napoli e forse Palermo.
E poi un’austriaca, alcune tedesche (of course!), un’americana che del datagate e di Snowden non conosceva niente perché là censurano ogni notizia in merito, e un’altra americana che ha lavorato per l’ONU che invece è informata, intelligenza rara. Ognuno arriva lì d’estate dopo un anno di vita, e ognuno arriva con le sue storie, le sue esperienze, e basta ascoltare per condividere un pezzo di mondo.
Ieri sera ci siamo trovati a cena in una decina, invitati da una francese che compiva gli anni, ed è stata un’emozione immensa, una cosa nuova per me! Eravamo la francese, io, un altro italiano con famiglia, una dominicana, una tedesca e tre greci. Ci siamo fatti portare un po’ di specialità greche che poi abbiamo condiviso, e poi siamo partiti con happy birthday, e l’abbiamo cantata in tutte le lingue! Compreso il portoghese, che il mio amico italiano ha vissuto in Brasile. Ma poi non ci siamo fermati, abbiamo iniziato a cantare Frere Jacque (fra Martino) nelle varie versioni, e poi, come in flusso di condivisione e divertimento tanto bello quanto spontaneo, ognuno ha cantato qualche canzone popolare del suo paese, noi abbiamo optato per Bella Ciao e il cielo in una stanza (questa soprattutto il mio amico), e poi la francese è partita, i greci, la dominicana che adesso vive in Canada (anche lei è una dei “soli” due milioni di Toronto!) con tanto di ritmo, e poi la tedesca: questa canzone mi ha veramente colpito, si chiama Die gedanken sind frei (i pensieri sono liberi), è una canzone contro la guerra, dolcezza infinita…
Veramente una delle mie serate più belle in assoluto! Non so come descrivere le sensazioni che abbiamo provato, probabilmente abbiamo vissuto un flusso di piccoli eventi senza badare troppo al loro significato, ed è stato probabilmente questo il segreto!
Domani cucinerò la pasta per questa ragazza tedesca che ora vive in Svizzera, dopodomani chissà dove sarò, magari ad ascoltare musica popolare greca a Hora, la cittadina antica di Alonissos, o a mangiare calamari da qualche parte.
E chissà cosa studierò, ogni giorno mi stupisco del mio cervello, che immagazzina così tante informazioni ed incredibilmente le riesce anche ad usare… E’ una grande fatica essere qui, racconto solo gli aspetti legati all’esperienza e invece ogni giorno che dovrebbe essere per me di vacanza sono in quell’aula, ma sono lì per la mia più grande passione, e ne vale decisamente la pena.





Gerakas

25 06 2013

Gerakas non è solo un luogo. E’ una strada e una persona.

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Per arrivare 25 chilometri di strada, di un asfalto rude, talvolta coperto da sassi, ghiaia, terra rossa, che si stringe, poco spesso si allarga, che dà spazio a uno strapiombo continuo soprattutto all’andata, percorrendo questa via verso nord. Trovarsi con il precipizio a destra -soprattutto in motorino, e soprattutto con un motorino da noleggio- non è mai una bella opzione, ed è meglio non pensare a cosa può succedere se si trova la ghiaia sbagliata, ma io non ci sono riuscita, c’ho pensato e ho avuto paura. Per la prima volta da quando sono ad Alonissos, isola splendida delle sporadi greche. E poi ho sempre raddrizzato il mio sguardo verso il futuro e mi sono detta “stai concentrata, andrà tutto bene”. Due volte mi sono fermata, per scrutare l’orizzonte, fotografare e permettere al mio cervello di abbandonare la concentrazione. Poi sono ripartita, ed è andato tutto bene.

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Salendo verso nord (Gerakas è la punta a nord dell’isola), gli ultimi 15 chilometri di strada sono nel completo nulla, o meglio nel tutto. Non una casa, una costruzione, ogni tanto qualche camion di qualche cantiere abbandonato. Tutto immobile fuorché il vento che tutto muove. La terra per la prima volta si fa più brulla -la straordinarietà di quest’isola è che è tutta collinare e ricoperta di pini, perciò si è in un paesaggio montano fino a quando si prendono le stradine che scendono verso il mare, e vicino al mare dai pini montani si passa ai pini mediterranei-, gli uliveti, già cospicui in tutta Alonissos, qui marcano maggiormente la loro presenza, ci sono ulivi ovunque, davanti, dietro, di fianco, le olive non sono ancora mature.

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E poi, dopo tanto nulla, si arriva.

Una risata m’ha preso, incredibile aver fatto tutta quella strada per una conca d’acqua contenuta fra le anche di due colline, paesaggio quasi marziano, non tanto per i colori quanto per l’assurdità. Ci sono un po’ di barchette nel mare, non si sa bene di chi, qualche sdraio in plastica senza ombrelloni, e un caldo cocente ma benevolo, sono le tre del pomeriggio.

Gerakas è anche una persona, un uomo a cui colpevolmente ho mancato di chiedere il nome. Sulla settantina credo, magro, secco ma vivido e vivo, vive in una fattoria malandata, una casoccia più che altro, né catapecchia né casa, pesca “con la barca rossa che ho al di là degli scogli” qualche pesce, ha qualche gallina, non ho capito come ma produce formaggio, coltiva qualche verdura. E ha allestito un chioschetto con due tavolini sopra cui alberga un po’ d’ombra in cui prepara da mangiare per gli avventurieri: il pesce pescato alla mattina, un’insalata, un souvlaki, qualcosa del genere.

E lui sta bene lì, gli ho chiesto con effimera ed inutile curiosità “ma d’inverno? Qui non c’è nessuno…” “Yes yes but it’s good, I’m fine here, there’s all, and there’s no cold, the temperatures are from 8 to 13 degrees… It’s good!” e poi a scansare la conversazione, per tornare al suo. Mondo, chiosco, pesce, al suo.

Per qualche minuto siamo stati solo noi due lì, unici custodi di quella realtà istantanea.

La cosa eccezionale è che questo non è solo un uomo, è uomo “lì”, accoppiato con l’ambiente in cui vive in una sinergia di intenti tanto semplice quanto incredibile. Quel luogo, quell’uomo e quella strada sono lì, e anch’io ci sono stata.

E così, la ripartenza, verso una spiaggia più confortevole per lo studio, e il ritorno.

Non un’emozione m’è rimasta, solo vita.





La Prima

28 01 2012

Quale migliore occasione per scrivere se non dopo aver preso parte al Bello?!? Questa sera sono stata con una mia amica alla prima serata -dedicata al giorno della memoria- della stagione sinfonica del Teatro Comunale di Bologna, esperienza indimenticabile. Mi piacerebbe aver studiato al conservatorio per essere i grado di ascoltare in modo approfondito ogni passaggio e coglierne con dovizia ogni particolare tecnico.

Quando ho visto salire sul palchetto Noam Sheriff, ho visto l’orchestra in silenzio, l’aura che si è creata attorno al direttore, e ho capito cosa intendeva dire John Cage nel suo 4:33 : il silenzio è la vera essenza dell’orchestra, lì si coglie il microcosmo che si instaura e si instilla. La musica è un accessorio. Certo che è un accessorio costruito bene, ce ne fossero di accessori così!
E’ incredibile la varietà di gesti del direttore, chissà quali sono le forme mentali che abitano la sua musica, o meglio la sua rappresentazione di musica. E’ stabile, centrato, ma anche comunicativo e proteso verso l’orchestra.
Anche il pubblico è un microcosmo, ma certo non è possibile staccare gli occhi dagli strumentisti, ognuno con le sue peculiarità, ognuno con la sua musicalità, col suo mondo, coi suoi suoni. Tutti insieme, disgiunti e contemporanei in quell’unione di intenti chiamata orchestra.
C’è il primo violino, alto, magro, la parola migliore per descriverlo è: interezza (serve una parola con una i e qualche e, senza vocali aperte al centro). Suono pulito, coerente, deciso, con personalità.
C’è il violinista in seconda fila, energico, talento incredibile, forse esprimibile ancora meglio diminuendo la lieve rigidità nell’esecuzione.
In centro il violoncellista giovane, ragazzo che canta la musica che suona. Tenero, dolce.
E poi le viole, i contrabbassi, che segnano il tempo, fondamentali e vera “colonna portante” nella prima composizione di Noam Sheriff.
Dietro i fiati, gli ottoni, speciali, e le percussioni, anche loro fautrici del tempo che cambia continuamente, coi suoi accenti e le sue danze.

Nella seconda esecuzione (Kol Nidre, di Shoenberg) entrano la voce recitante, e il coro, decine di elementi posizionati in modo perfetto, tale da rendere armonicamente ricco ogni passaggio.
Mi accorgo definitivamente (forse è la posizione, sono seduta abbastanza avanti quasi centralmente) che il legno -direi ciliegio- che ricopre le pareti del teatro è perfetto per rendere tangibile ogni nota timbrica delle voci, che sembrano con le loro curve penetrarne i pori, mentre rende sicuramente caldo il suono orchestrale, ma forse ne chiude un po’ gli armonici; certo risaltano i medi, cuore e baricentro sonoro.

Arriva il momento della sinfonia: la mia prima sinfonia a teatro, è la prima sinfonia in re maggiore di Gustav Mahler. Maestosa, splendida, emozionante. Alla fine del primo movimento, abitato da atmosfere gioiose, poi angosciate, poi di attesa, qualcuno applaude, ma fortunatamente viene zittito prima che la cascata dell’evento “applauso” si completi. Inizia il secondo movimento, all’interno del quale cambia qualche accento ritmico, che crea sospensioni sonore, in alcuni casi si deve attendere qualche microsecondo per udire gli archi dopo le percussioni, qualche volta avviene il contrario. E’ come una danza, calda e avvolgente.
Poi il terzo, timpano (esegue due note alternate) e contrabbasso solista. Trasposizione in tonalità minore di fra martino (forse è un re minore, ma non ne sono certa), tono sommesso. Penso a quale universo-mondo è possibile rappresentare attraverso “fra martino”, penso a come è possibile ampliare la sfera semantica e la ricchezza simbolica ed eventuale di ogni aspetto dell’esistenza. Poi il cambiamento: sembra una nuova primavera, accomodante e rasserenante, ed ancora: il tempo, la dinamica, “l’arrangiamento” shiftano verso il klezmer, e poi verso armonie dell’est europeo.
Si chiude col quarto movimento, maestoso, fortissimo, stupefacente. Si continua così, pur con qualche ritorno a qualche armonia più “primordiale”, naturale. La fine è nuovamente maestosa, quasi Beethoveniana (d’altronde si ascolta una sinfonia e come si fa a non evocare Beethoven?), il compositore sembra quasi volersi ingraziare il pubblico, lo chiama, lo invoca e lo fa tendere a sé, incitando gli applausi finali. Si alzano gli ottoni sul finire della sinfonia, per completare la maestosità dell’opera.

E infatti non fa in tempo a finire questo capolavoro, neanche un respiro che lasci decantare l’emozione, il sentire, e iniziano gli applausi scroscianti. Qualche “Bravo!” al direttore, io dico “Bravi!” perché tutti hanno fatto parte di quel mondo, tutti i musicisti l’hanno composto e l’hanno unificato, mi asciugo una lacrima e riprendo ad applaudire. Ancora applausi, non saprei dire per quanto tempo, ma non è importante, il presente di quel luogo è diverso da un qualunque altro presente in città. Il direttore esce e rientra almeno quattro volte, ringrazia, è calmo e grato, accogliente. Speriamo nel bis, ma non viene eseguito. Il direttore chiama a sé il primo violino, escono seguiti da tutti gli altri, finisce la prima serata sinfonica del Teatro Comunale di Bologna. Vorrei aspettare che escano tutti per godermi il nuovo presente del teatro, cambiato per sempre da quei suoni, ma esco con la mia amica, mi sembra tutto concitato, il presente è tornato contratto, è nuovamente necessario intel-leggere il vissuto nelle increspature che il quotidiano lascia libere. E penso “grazie perché esisto”.





Ciao!

27 07 2010

Non so quanto tempo è che non scrivo. O meglio, che non scrivo sul blog.

Nel frattempo ho scritto la tesi, qualche articolo, qualche biglietto d’auguri, i cartelloni per gli amici laureati.

Non ho più tempo per scrivere sul blog, non ho più voglia di commentare e di spettegolare su quel che sta succedendo. Qualche anno fa ero convinta che con l’impegno sociale si potesse cambiare qualcosa, per cui mi ero data da fare come potevo, mi informavo su qualsiasi cosa d’attualità, aderivo alle iniziative varie, partecipavo.

Adesso ho capito che è tutta una perdita di risorse ed energie, che comunque siamo in balia dei soliti ignoti inutili che diventano noti solo quando sono indagati per qualcosa, sui capi d’imputazione c’è l’imbarazzo della scelta. Posso fare quel che voglio, ma il mondo ha una sua stabilità da mantenere, e un baricentro che non dipende certo da me. Paradossalmente mi sono accorta che con una vita politicamente attiva disperdevo forze, energie ed efficacia, per cui per me era diventato oltre che inutile anche dannoso.

Il modo che ho io per aiutare gli altri è quello di fare il medico, perciò non posso farmi distrarre da un branco di puttanieri, non posso cercare di cambiare la politica perchè tanto non cambia. Posso cercare di usare il mio tempo per imparare sempre concetti nuovi, per migliorare la consapevolezza di quelli che ho già, per essere un bravo medico. Così posso aiutare gli altri. Se mi informo, se partecipo alle iniziative, chi aiuto? I giornalisti, se va bene. Nessuno, se va male.

Non riesco più a scrivere qui perchè non ho più tempo, non ho voglia di usare le dita per commentare nefandezze, non riesco più a ridere della nostra situazione. L’unico modo per mantenere il distacco da questa tragica coincidenza di eventi negativi è non guardare la tv, non comprare i prodotti che vanno in voga con la pubblicità (tipo tutte quelle schifezze culinarie col packaging sempre nuovo), ma comprare semplicemente in base a quel che mi serve o alle voglie che ho sul momento. Non ho mai comprato un gran soleil o un dentifricio scintillante all’arancia perchè non ne sento il bisogno, non prenderò certo il decoder per il digitale terrestre, promosso da Berlusconi per facilitare l’azienda del fratello, sottraendo soldi dai contributi per le pensioni.

Da palesemente ottimista adesso sono diventata cautamente ottimista. E sono ottimista perchè penso che in ogni caso, qualunque sarà l’evoluzione degli eventi politici, io troverò la mia strada e potrò essere felice. Se tutti pensassimo solo alla nostra felicità non consentiremmo di farci trattare in questo modo indecoroso.

In pratica, questo naturalmente non è un addio, è un arrivederci. Quando ci saranno cose migliori da scrivere, quando avrò tempo, quando avrò voglia, quando per me tornerà un piacere tornerò qui!

A voi buona vita intanto, non prendetevi carico delle schifezze, perchè non potete farle scomparire e vi sporcherete inutilmente, state felici!





Buona domenica!

28 06 2009

domenica5

Stamattina mi ha svegliata una perfida zanzara alle sette, ciò significa 5 ore di sonno per la seconda notte consecutiva…

Mi sono alzata, ma alle 8 fortunatamente sono ricrollata sul divano…Mi sono svegliata un’ora più tardi, sentivo la gente chiacchierare e ritrovarsi, stranamente qualche uccellino cantava ed era percepibile il fruscio degli alberi. E’ bello essere circondati da gente tranquilla e felice, si fa meglio quello che si deve fare! (studiare)

Qui il cielo è completamente terso e c’è un’arietta simpatica e decisamente provvidenziale.

Ringraziando la Simo per il primo augurio e la conseguente ispirazione…

Buona domenica a tutti!!!!!





Grazie

5 02 2009

grazie

Di Simona_rm

La proposta di legge sul testamento biologico è arrivata in Parlamento. A mio avviso ci è arrivata nella forma e sostanza sbagliate: il testo -così com’è- rende la volontà dell’individuo che si è autodeterminato secondo legge, solo facoltativa e non obbligatoria  per i sanitari. Lo spiega bene l’ottima Chiara Lalli nel suo blog.

Qui invece, mi  soffermo sull’episodio che ha accelerato i tempi di presentazione di tale proposta: il dolore della famiglia Englaro. Su una ragazza, sull’incredibile amore dei suoi genitori e più in particolare sull’incrollabile fiducia di un padre verso la legalità.

Giuseppe Englaro è un uomo segnato, ma è riuscito a rimanere sempre saldo e misurato, pervicace ma rispettoso. Non una parola di troppo, mai un gesto di incontrollata disperazione.
Giuseppe Englaro ha aspettato, interpellato, spiegato e di nuovo atteso.
Io a quest’uomo oggi, sento di dover dire “grazie”. Grazie per aver svegliato un paese sordomuto verso le tante richieste di determinazione.

Grazie anche a dei Giudici che hanno deliberato su questo evento, senza farne un caso politico. Distinguendosi da certi politici che ne hanno fatto invece, un momento di propaganda per se stessi.

Grazie a quei Medici che non antepongo la loro coscienza all’interesse e alla volontà del malato.

Di nuovo, grazie Beppino. Grazie Eluana.

La felicità non esiste. Il riposo si.