Tutti i conflitti del mondo

20 01 2009

mondoinguerra

In questo periodo la prima guerra al centro dell’attenzione è quella in Palestina, sembra che ci siano più di 1350 morti tra i palestinesi, 13 israeliani. Ma attualmente al mondo sono aperti 25 conflitti: (in ordine alfabetico)  Afghanistan, Algeria, Angola, Birmania, Burundi, Cecenia, Ciad, Colombia, Congo (R.D.), Costa d’Avorio, Darfur, Filippine, Georgia, India, Indonesia, Iraq, Kashmir, Kurdistan, Nepal, Nigeria, Pakistan, Palestina, Somalia, Sri Lanka, Uganda. Hanno finora causato più di cinque milioni e mezzo di morti.

C’è da sottolineare che nè il numero dei conflitti aperti nè il numero delle vittime può essere considerato un dato certo al 100% per l’impossibilità di valutare i fatti in alcune zone, per cui in realtà andrebbero confrontate più fonti indipendenti. Sta di fatto che è incredibile quanto ci concentriamo su un conflitto solo, ed è impossibile riuscire a spiegarlo del tutto; pensare che ognuno di questi ha la sua storia, i suoi crimini, le vittime, è totalmente sconfortante. Ci si sente limitati, piccoli, inutili, impotenti, ignoranti.

Io non riesco a raccontare la guerra, ci provo, ma non ci riesco, qualsiasi motivazione che viene apportata per giustificare un conflitto mi sembra una briciola in confronto alla vita di una singola persona. Quindi chiamo in causa questa poesia di  Salvatore Quasimodo, che sarà pure premio Nobel per qualcosa, Alle Fronde Dei Salici:

Come potevamo noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore
Tra i morti abbandonati nelle piazze
Sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
D’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
Della madre che andava incontro al figlio
Crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici per voto
Anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

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La guerra si presenta

19 01 2009

Pensate a un un ginecologo, che vive a Zimmo Gaza ma che lavora vicino a Tel Aviv, e fa avanti e indietro tutti i giorni. Pensate che è rimasto vedovo con otto figli, e che collabora con una tv israeliana per raccontare la guerra. Lui è Abul Aish, un medico, un papà che ha chiamato in diretta in una trasmissione israeliana, tre sue figlie sono state uccise. Per tre minuti si sente il suo pianto, il suo urlo straziante, la sua preghiera, i suoi singhiozzi, il suo dolore. E il giornalista israeliano, sconvolto, cerca di aiutarlo, gli chiede dove abita per portare due ambulanze, ma non c’è più nulla da fare, sono morte.

Questa è la guerra, che ce la raccontino pure coi numeri, con le parole asettiche tipo “offensiva”, “via terra”, “dichiarazioni”, “tank”, “conflitto”, ma questa è la guerra. Quella dello strazio infinito, del punto di non ritorno, dell’irreversibile morte. Chi non la racconta così fa il gioco di chi la vuole, di ci ci sguazza nella guerra, di chi non ha nessun interesse per la vita umana, di chi è il leader che decide. In modo asettico, usando le stesse parole di chi ce la racconta.