Il G8 raccontato dagli aquilani

9 07 2009

yes we camp 016

Da ieri i leader mondiali sono approdati all’Aquila, città fantasma. Tra richieste di espulsione dal G8 e dichiarazioni che parlano di “Italia con forte leadership” ho scelto di postare l’articolo di miskappa, aquilana di cui avevo già pubblicato una tragica testimonianza.

Interessante e partecipato il Forum sociale sulla ricostruzione che si è tenuto nella giornata di ieri al Parco Unicef, promosso dai comitati cittadini. Due le sessioni: emergenza democratica e ricostruzione dopo la crisi. Si sono avvicendati interventi toccanti e duri dove si è fatto il punto sull’abbassamento del livello di democrazia che si manifesta in maniera eclatante nell’Aquila del dopo terremoto, ma che è evidente in tutta l’Italia. E non di ricostruzione materiale si è parlato, ma di quella sociale del territorio, e di dignità dell’uomo, e di partecipazione attiva alla propria comunità. Economisti, sociologi, sindacalisti, giornalisti e portavoce dei comitati sono convenuti sulla ricostruzione che parte dal basso, attraverso la partecipazione diretta e democratica dei cittadini, contro la shock economy che intende lucrare sul ghiotto bottino della ricostruzione. E padre Alex Zanotelli ci ha incoraggiati con parole semplici e voce pacata “uomini e donne hanno un volto, un cuore e la loro dignità. Questo vale per il mondo, questo vale per voi. Che vinca l’umanità. Un’ umanità che deve trovare forza dal basso. Chiediamo ai grandi della terra non aiuti, ma l’imposizione di un metodo di giustizia. E che non vinca il profitto”
Dopo una nottata insonne, gli elicotteri sulle nostre teste volavano bassi ed incessanti, stamani siamo andati ad apporre la scritta “yes, we camp” sulla collina di Roio. Di fronte, in linea d’aria, alla blindatissima area del G8. Tragitto impervio, a piedi, sotto il sole cocente.Tutti i permessi chiesti ci sono stati negati dalla questura. Per noi Aquilani non c’è spazio in questo G8. Nel pomeriggio i comitati cittadini si sono riuniti in assemblea. Per decidere cosa fare, come manifestare il nostro dissenso, nonostante i divieti. Domattina le first lady visiteranno il centro, per cui la nostra richiesta per il presidio alla villa comunale è stata rifiutata. Ma noi ci saremo, fin dove ci faranno arrivare. Ad affermare che la città è nostra. Nel pomeriggio, alle 15, quando loro ci hanno ammessi in centro, a riflettori spenti e prime signore al sicuro, si procederà, invece, alla requisizione simbolica di uno dei tanti palazzi agibili e sfitti. Vogliamo gli sfollati fuori dalle tende. Subito. E gli Aquilani a L’Aquila. E la nostra dignità rispettata. Dopo l’animata assemblea, siamo partiti alla volta di Piazza d’Armi, in tempo per il corteo di auto dei potenti che avrebbero varcato la cinta muraria della nostra storia. Per mostrare loro che noi resistiamo, che non andremo via. Enorme spiegamento di forze dell’ordine che, quando le blindatissime auto blu son passate, scortate da camionette con uomini in passamontagna, armati fino ai denti,ci ha completamente celati alla visuale dei grandi. Noi abbiamo urlato. Ci siamo, nonostante tutto. Eravamo pochi, ché la maggior parte sono andati via per paura, pochi, e osteggiati anche da uno sparuto gruppetto di sedicenti Aquilani, ma c’eravamo. E ci siamo. Tornati al Parco Unicef, dove i ragazzi del comitato 3e32 sono riusciti a creare l’unico spazio di democrazia in questa città, ormai landa desolata, terra di nessuno e di conquista, ci siamo dati l’appuntamento per domattina alle nove.
Concludo con una nota personale, permettemela. Ieri sera, mentre vagavo nella città deserta, ho incontrato un uomo giapponese vestito con un kimono. Accompagnava i suoi passi con il rullo di un piccolo tamburo e portava in mano uno striscione ricamato che recava scritto “pace fraternità ed armonia”. Lì, tra le pietre della mia vita, a pochi chilometri dal luogo dove la farsa dei potenti che affamano un miliardo di persone si consumava, con gli elicotteri sulla testa,per la prima volta dal sei aprile, ho pianto.