In Berlin

7 10 2013

 

Alla fine sono partita. Con un mese d’anticipo rispetto al previsto.

Da quando ho preso la decisione “mi licenzio e parto” ho avuto tre settimane: una di ferie riposanti, una di ferie per raccogliere la maggiorparte della burocrazia, una di lavoro, trasloco e per finire la burocrazia. In ogni momento qualcuno da vedere, salutare, con cui festeggiare!

Sono a Berlino da mercoledì sera, venerdì e sabato un congresso, nel tempo libero la costante ricerca di una casa!

Rimango qui due mesi per studiare il tedesco, poi si vedrà.

A parte ieri (giornata che vi racconterò), non ho vissuto niente come “difficile”, pesante o stressante. E questo è decisamente positivo! Mi sono resa conto quando sono scesa dall’aereo che mi pervadeva una felicità profonda, direi essenziale, che continua anche ora e che spero tutti abbiano provato almeno una volta nella vita.

Ho con me una grossa valigia e uno zaino, unici oggetti non indispensabili per vivere sono il costume e la cuffia per la piscina e i libri. Ah no i libri per me sono essenziali per vivere. Sto leggendo “La potenza di esistere” di Michel Onfray, magari lo recensirò prossimamente, è un compagno di viaggio notevole, una nuova pietra miliare nel mio percorso filosofico dopo il Tractatus di Wittgenstein.

Come vi dicevo, riporto qui quello che ho scritto ieri (domenica), dopo la giornata più particolare che ho vissuto. Non è e non sarà un diario strutturato, ma una condivisione pura e semplice di quello che mi capita in questa esperienza nuova!

Domenica 6 ottobre del 2013, naturalmente a Berlino

Antefatto: ieri ho trovato una casa stupenda, camera con letto a una piazza e mezzo, una scrivania di vetro, un tavolo da pranzo rotondo di vetro con due poltrone, una lampada di design e tutta la parete di fronte occupata da vetrate che danno su un balcone con una vista meravigliosa su Berlino (21esimo piano). Alla signora (docente in comunicazione) ho detto: guarda per me va bene, in caso posso venire da domani? Certo! Quante valigie hai? Solo una molto pesante e uno zaino.. Perfetto, allora se è tutto confermato puoi venire domani a qualsiasi ora! Io: ok allora chiamo domattina per un’ultima conferma, a domani! A domani! Tschus!

Ieri sera provo a chiamare per confermare, niente.

Stamattina: chiamo una volta, niente, chiamo due volte, niente, mando un sms niente. Dovevo lasciare la casa in cui ero perchè la ragazza (amica di una mia conoscente) doveva ospitare altra gente. Al che ho pensato: la signora dovrebbe in teoria vedere altra gente dalle 2, vado da lei magari un pò prima. E’ vero, è stato un azzardo presentarsi là, ma dal mio punto di vista siccome abbiamo definito ogni dettaglio e ci siamo confermate a vicenda era tutto a posto.

Sono andata là, e mi ha detto: Devo chiedere ancora a Koni (qualcosa del genere, credo sia la ragazza che occupava la stanza e che però adesso non c’è, perciò mi chiedo che cazzo vuole sta Koni, e soprattutto ieri non esisteva neanche!), e ieri Koni mi ha detto che forse vorrebbe per più di due mesi, perciò dai magari ti dico stasera!

Ok. In mezzo a una strada, con 32 kg di bagagli, senza internet. Con una fame della madonna.

Ho attivato tutte le mie energie per il problem solving: ho proseguito per quella grossa strada cercando hotel che però erano costosissimi, a un certo punto ho girato a destra perchè mi pareva di ricordare un ristorante giapponese che infatti c’era. Ho chiesto “c’è internet?” un pò stranita e un pò tedesca la tipa mi ha detto di si e allora mi sono seduta a mangiare. Ho acceso immediatamente il computer, booking dot com e ho trovato un ostello che lì era segnalato a 500 metri ma in realtà poi ho scoperto che era a 50 metri (girato l’angolo) ed ero già passata di lì per caso chiedendo informazioni al signore un pò matto alla reception! Ho prenotato immediatamente l’ultima singola con bagno colazione inclusa 45 euro.

Poi ho cercato di chiamare per contattare i tipi degli altri appuntamenti per oggi, uno già fissato, gli altri da fissare, per vedere altre case. Nel frattempo google maps sempre aperto perchè una via a Berlino è come un ago nel pagliaio. Chiama, telefona, evidenzia le mail importanti, cerca le strade, prova a programmarti gli orari pensando a quanto ti ci vorrà da un punto all’altro della città. Non è stato un pranzo tranquillo. Però mi ricordo il sapore del sushi.

Fissato il primo appuntamento sono andata verso l’ostello. Il matto mi ha riconosciuta, abbiamo iniziato a parlare in italiano. Bene. Mi sono di nuovo connessa a internet, anche per messaggiare un po’ con mia sorella, che è stata veramente di conforto. Ho prenotato anche per domani notte, sfortunatamente devo cambiare stanza quindi domani devo rifare le valigie, portarle giù, andare a lezione, tornare qua e riportare le valigie nella nuova stanza.

Esco per l’appuntamento: credo che il simpatico signore sulla cinquantina fosse la reincarnazione di Hitler, non ho altra spiegazione. Mi ha accolta dicendo “togliti le scarpe!” Non ad esempio “guarda ti chiedo per favore di toglierti le scarpe perchè abbiamo il parquet, mi spiace ma non ho ciabatte da darti…”

“la camera è questa, chiaramente è solo per te e non ci dorme nessun altro. Nessun ragazzo, nessuna ragazza. Questo è il bagno. Questa è la cucina, la puoi usare per cucinare cose semplici, non so tipo una pasta. Niente cose elaborate, hai qualche stoviglia a disposizione.” Poi ci mettiamo in soggiorno: “questa è la stanza di me e Soni (oggi solo bei nomi eh!), la usiamo noi, perciò qui non ci puoi stare. Preferiamo gente che durante il giorno sta fuori casa perchè io sono un cantante lirico e studio in casa e ho anche dei miei clienti. Perciò se vuoi entrare di pomeriggio a volte puoi andare nella tua stanza”. Poi si alza, si avvicina al muro, e mi fa (bussando forte): “lo senti che rumore che fa? Questi sono muri di merda! Perciò quando chiudi la porta devi chiuderla così (e mi fa vedere), non così (e mi fa rivedere) che fa rumore. Credi di poter rispettare queste regole?” io “si” ho detto, “manco per idea, stronzo di merda” ho pensato.

Nel frattempo mi chiama un altro per un appuntamento, tale Ivan, completamente dall’altra parte della città, ore 18.30, erano le 16.

Ok, in mezzo a una strada, ancora senza internet, dopo aver visto uno stronzo. Mi serve internet.

Mi serve sedermi in un posto. Trovo un bar, chiedo “avete internet?” si. Mi sono seduta. Torta al cioccolato e the caldo.

Internet a quel punto mi serviva solo per messaggiare con mia sorella, sempre per il conforto di prima.

Entrano due italiani. Penso “benedizione!” e con una scusa attacco loro bottone. Parliamo un po’, mi dànno un sacco di aiuti ovvero siti per cercare casa, contatto facebook, numero di telefono e mi dicono “se vuoi noi abbiamo appena trovato casa, abbiamo un divano, possiamo ospitarti qualche giorno se ti serve!” grazie signore che non esisti, ma grazie a qualcosa lo dovrò pur dire.

Vado da questo tipo, Ivan, quartiere Neukolln, Berlino est. Quartiere niente di che, entro in un bar puzzolente a chiedere indicazioni che non mi sanno dare. Trovo un vecchietto, chiedo a lui, mi dice dov’è la strada, incredibilmente vicina. Non so quanto ho camminato e quanto ancora devo camminare per arrivare a sera.

Entro in casa, mi accoglie Ivan, veramente veramente bello, con cui c’è subito un bel feeling. Mi fa vedere la cucina, quasi nuova, la stanza in disordine ma con letto matrimoniale, il bagno normale e carino, il soggiorno grande con uno stereo veramente di tutto rispetto e un gran divano.

In ogni stanza dice “qui devo fare questo, qui devo sistemare quella lampada, qui devo fare quello…” Lo fa col piglio del pittore/tuttofare dilettante… veramente simpatico!

Al che però una domanda mi sorge spontanea: quando ha intenzione di farli questi lavori? Glielo chiedo, mi chiede: tu da quando hai bisogno? io “da oggi!” e lui “ok! beh allora va bene! … Ma ti piace la casa?” Si! “allora vieni che parliamo dei dettagli! Ci accordiamo sul prezzo (ho trattato sia sul prezzo che sulla cauzione, mi ha detto che va bene se sto la due mesi, martedì va in un ufficio per fare una specie di scrittura privata tra me e lui), mi racconta che è un insegnante di danza (alla faccia, si vede proprio!) e del suo progetto di andare in Sud America qualche mese, gli chiedo se mia sorella può dormire lì una notte (in realtà è una domanda per capire se è gradita l’ospitalità o no), e mi dice “si certo, anche una settimana se le serve! Basta che non porti 5 uomini!” e io: “ma se ne porto tre?” Risate. Sto ridendo con un tedesco! Incredibile.

Mi dice che ha un altro appuntamento dopo ma che dirà che ha già confermato con me, rimaniamo d’accordo che vado martedì alle 19.

Casa trovata! Ma a questo punto aspetto martedì per cantare vittoria. Ma casa trovata!

Bene. Torno in ostello, ora c’è una mission importante da risolvere: mi serve un supermercato. Sono veramente stanca, non so quanto ho camminato ed ovviamente è domenica. Ipotesi kreuzberg/pachistano, o ipotesi 2 trovare qualcosa per caso aperto un po’ più vicino. Alla fine chiedo a una signora, c’è una fermata della metro grande con un supermercato che dovrebbe essere aperto fino alle 10, è a 40 minuti a piedi. Mi sbrigo perchè sono già le 9 e qualcosa, lo trovo, compro, esco.

Ho di nuovo fame, molta fame, dannazione! Mi fermo in un pub irlandese, colori caldi, luci soffuse, gente che parla inglese, mi siedo, ordino, mangio ed esco.

Torno a casa sempre a piedi, ormai mi trascino, cerco di individuare le priorità, che sono: scrivere questo papiro, scaricare un documento della tesi di mia sorella, rifare la valigia e predisporre le cose per domani.

Trovo ancora un volta quasi per caso la strada più breve per l’ostello ed entro. Saluto il mio amico che parla italiano, mi siedo sul letto e scrivo.

Fine della giornata.

Ho imparato molto in questi due giorni: che se si è felici, se si è tranquilli, se si confida nella vita, non serve niente per vivere, se non un tetto sotto cui stare (possibilmente stabile) e delle persone con cui scambiarsi storie, parole e affetto. Qualche vestito e qualcosa per mangiare. Stop.

Bisogna aggrapparsi a se stessi quando non si ha niente, e se ci si rende conto che siamo noi, solo noi nel mondo, allora noi bastiamo a noi stessi.

Io, la mia vita, il mondo in cui vivo, le persone con cui sto al mondo. Stop.

Sono felice di avere imparato questa cosa e spero di non dimenticarmela mai.





Storie e musiche dal mondo

4 07 2013

La vita all’accademia internazionale prosegue. Lezioni 7 giorni su 7, 8 ore al giorno, poi il tentativo di studio in vista dell’esame, che negli ultimi giorni sta fallendo miseramente. Prendere coscienza dei propri limiti e del proprio esaurimento talvolta è utile nonché indispensabile. Si perde un po’ il senso del tempo in un luogo lontano isolato ed essendo occupati tutti i giorni, ma è anche bello così, più che altro è, va bene. C’è tempo per avere il senso del tempo, tutto il resto dell’anno.
La vita all’accademia prevede un’internazionalità che non avevo mai vissuto prima. Quest’anno sto conoscendo tantissime persone, tantissime storie di persone di tutte le età da tutto il mondo. E così ho parlato con una russa che da quando è piccina vive in Canada ma nella sua vecchiaia vorrebbe tornare in Europa, possibilmente in Italia “perché a Toronto non c’è niente” “ma Toronto è una delle città più grandi del Canada!” “ma ha solo due milioni di abitanti!” O_O L’ho dovuta avvertire che le uniche città più grandi in Italia sono Roma Milano Napoli e forse Palermo.
E poi un’austriaca, alcune tedesche (of course!), un’americana che del datagate e di Snowden non conosceva niente perché là censurano ogni notizia in merito, e un’altra americana che ha lavorato per l’ONU che invece è informata, intelligenza rara. Ognuno arriva lì d’estate dopo un anno di vita, e ognuno arriva con le sue storie, le sue esperienze, e basta ascoltare per condividere un pezzo di mondo.
Ieri sera ci siamo trovati a cena in una decina, invitati da una francese che compiva gli anni, ed è stata un’emozione immensa, una cosa nuova per me! Eravamo la francese, io, un altro italiano con famiglia, una dominicana, una tedesca e tre greci. Ci siamo fatti portare un po’ di specialità greche che poi abbiamo condiviso, e poi siamo partiti con happy birthday, e l’abbiamo cantata in tutte le lingue! Compreso il portoghese, che il mio amico italiano ha vissuto in Brasile. Ma poi non ci siamo fermati, abbiamo iniziato a cantare Frere Jacque (fra Martino) nelle varie versioni, e poi, come in flusso di condivisione e divertimento tanto bello quanto spontaneo, ognuno ha cantato qualche canzone popolare del suo paese, noi abbiamo optato per Bella Ciao e il cielo in una stanza (questa soprattutto il mio amico), e poi la francese è partita, i greci, la dominicana che adesso vive in Canada (anche lei è una dei “soli” due milioni di Toronto!) con tanto di ritmo, e poi la tedesca: questa canzone mi ha veramente colpito, si chiama Die gedanken sind frei (i pensieri sono liberi), è una canzone contro la guerra, dolcezza infinita…
Veramente una delle mie serate più belle in assoluto! Non so come descrivere le sensazioni che abbiamo provato, probabilmente abbiamo vissuto un flusso di piccoli eventi senza badare troppo al loro significato, ed è stato probabilmente questo il segreto!
Domani cucinerò la pasta per questa ragazza tedesca che ora vive in Svizzera, dopodomani chissà dove sarò, magari ad ascoltare musica popolare greca a Hora, la cittadina antica di Alonissos, o a mangiare calamari da qualche parte.
E chissà cosa studierò, ogni giorno mi stupisco del mio cervello, che immagazzina così tante informazioni ed incredibilmente le riesce anche ad usare… E’ una grande fatica essere qui, racconto solo gli aspetti legati all’esperienza e invece ogni giorno che dovrebbe essere per me di vacanza sono in quell’aula, ma sono lì per la mia più grande passione, e ne vale decisamente la pena.





Gerakas

25 06 2013

Gerakas non è solo un luogo. E’ una strada e una persona.

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Per arrivare 25 chilometri di strada, di un asfalto rude, talvolta coperto da sassi, ghiaia, terra rossa, che si stringe, poco spesso si allarga, che dà spazio a uno strapiombo continuo soprattutto all’andata, percorrendo questa via verso nord. Trovarsi con il precipizio a destra -soprattutto in motorino, e soprattutto con un motorino da noleggio- non è mai una bella opzione, ed è meglio non pensare a cosa può succedere se si trova la ghiaia sbagliata, ma io non ci sono riuscita, c’ho pensato e ho avuto paura. Per la prima volta da quando sono ad Alonissos, isola splendida delle sporadi greche. E poi ho sempre raddrizzato il mio sguardo verso il futuro e mi sono detta “stai concentrata, andrà tutto bene”. Due volte mi sono fermata, per scrutare l’orizzonte, fotografare e permettere al mio cervello di abbandonare la concentrazione. Poi sono ripartita, ed è andato tutto bene.

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Salendo verso nord (Gerakas è la punta a nord dell’isola), gli ultimi 15 chilometri di strada sono nel completo nulla, o meglio nel tutto. Non una casa, una costruzione, ogni tanto qualche camion di qualche cantiere abbandonato. Tutto immobile fuorché il vento che tutto muove. La terra per la prima volta si fa più brulla -la straordinarietà di quest’isola è che è tutta collinare e ricoperta di pini, perciò si è in un paesaggio montano fino a quando si prendono le stradine che scendono verso il mare, e vicino al mare dai pini montani si passa ai pini mediterranei-, gli uliveti, già cospicui in tutta Alonissos, qui marcano maggiormente la loro presenza, ci sono ulivi ovunque, davanti, dietro, di fianco, le olive non sono ancora mature.

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E poi, dopo tanto nulla, si arriva.

Una risata m’ha preso, incredibile aver fatto tutta quella strada per una conca d’acqua contenuta fra le anche di due colline, paesaggio quasi marziano, non tanto per i colori quanto per l’assurdità. Ci sono un po’ di barchette nel mare, non si sa bene di chi, qualche sdraio in plastica senza ombrelloni, e un caldo cocente ma benevolo, sono le tre del pomeriggio.

Gerakas è anche una persona, un uomo a cui colpevolmente ho mancato di chiedere il nome. Sulla settantina credo, magro, secco ma vivido e vivo, vive in una fattoria malandata, una casoccia più che altro, né catapecchia né casa, pesca “con la barca rossa che ho al di là degli scogli” qualche pesce, ha qualche gallina, non ho capito come ma produce formaggio, coltiva qualche verdura. E ha allestito un chioschetto con due tavolini sopra cui alberga un po’ d’ombra in cui prepara da mangiare per gli avventurieri: il pesce pescato alla mattina, un’insalata, un souvlaki, qualcosa del genere.

E lui sta bene lì, gli ho chiesto con effimera ed inutile curiosità “ma d’inverno? Qui non c’è nessuno…” “Yes yes but it’s good, I’m fine here, there’s all, and there’s no cold, the temperatures are from 8 to 13 degrees… It’s good!” e poi a scansare la conversazione, per tornare al suo. Mondo, chiosco, pesce, al suo.

Per qualche minuto siamo stati solo noi due lì, unici custodi di quella realtà istantanea.

La cosa eccezionale è che questo non è solo un uomo, è uomo “lì”, accoppiato con l’ambiente in cui vive in una sinergia di intenti tanto semplice quanto incredibile. Quel luogo, quell’uomo e quella strada sono lì, e anch’io ci sono stata.

E così, la ripartenza, verso una spiaggia più confortevole per lo studio, e il ritorno.

Non un’emozione m’è rimasta, solo vita.