La guerra si presenta

19 01 2009

Pensate a un un ginecologo, che vive a Zimmo Gaza ma che lavora vicino a Tel Aviv, e fa avanti e indietro tutti i giorni. Pensate che è rimasto vedovo con otto figli, e che collabora con una tv israeliana per raccontare la guerra. Lui è Abul Aish, un medico, un papà che ha chiamato in diretta in una trasmissione israeliana, tre sue figlie sono state uccise. Per tre minuti si sente il suo pianto, il suo urlo straziante, la sua preghiera, i suoi singhiozzi, il suo dolore. E il giornalista israeliano, sconvolto, cerca di aiutarlo, gli chiede dove abita per portare due ambulanze, ma non c’è più nulla da fare, sono morte.

Questa è la guerra, che ce la raccontino pure coi numeri, con le parole asettiche tipo “offensiva”, “via terra”, “dichiarazioni”, “tank”, “conflitto”, ma questa è la guerra. Quella dello strazio infinito, del punto di non ritorno, dell’irreversibile morte. Chi non la racconta così fa il gioco di chi la vuole, di ci ci sguazza nella guerra, di chi non ha nessun interesse per la vita umana, di chi è il leader che decide. In modo asettico, usando le stesse parole di chi ce la racconta.

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