La crudité de la rationalité

4 03 2015

Ok. Non volevo farlo ma lo farò. Sta per arrivare la mia personale super-cazzola sul vaccino del morbillo. Vi riporto solo dei dati. Ufficiali. Dell’OMS. Ne vedrete delle belle. Il problema è questo: io odio le ideologie. Odio a chi crede a tutto solo perchè l’ha trovato su siti improbabili e odio i medici e chi dovrebbe dare pareri tecnici che cita altri articoli di giornale che non contengono numeri ma solo una campagna mediatica. Detesto chi vede in bianco o in nero senza porsi delle domande. Odio che al posto di analisi razionale di fatti/dati (dopo domanda personale sul ruolo che si ha nel determinare quali dati raccogliere, come e come analizzarli) si manipoli o si venga manipolati come degli stupidi incapaci di pensiero razionale.

Non voglio entrare nel merito del discorso vaccinarsi-non vaccinarsi primo perchè io voglio fare un discorso razionale basato sul metodo e sui numeri duri e crudi e secondo perchè non sono direttamente interessata, non essendo né una pediatra né una madre. Voglio fare un discorso di metodo e non di merito. Mi sono ritrovata a dover rispondere a dei commenti con attacchi personali su un blog di un quotidiano nazionale dove un professore di biochimica (!) ha scritto la sua sul problema delle persone che non vaccinano i figli per il morbillo, ovviamente non citando un dato che uno, e giustificandosi scrivendo che per quello esistono le riviste specializzate. Poi come si faccia a “redimere” quelli che lui chiama creduloni costringendoli a credere a un’ideologia diversa, ma sempre senza citare un fatto che uno, non si sa. Quindi ho studiato, e sono andata a vedere il report della OMS (WHO), che analizza e confronta il periodo pre-2000 e poi il lasso di tempo tra il 2000 e il 2013. Ora i dati, tradotti per voi in italiano:

– nel 2013 ci sono stati nel mondo 147500 morti per morbillo (quindi non è un numero nullo e neanche così basso)
– nel 2013 l’84% dei bambini al mondo è stato vaccinato contro il morbillo, contro il 73% del 2000. (quindi il trend del numero dei vaccinati è in crescita, ignoranti tutti, e non in diminuzione)
– le morti per morbillo sono calate del 75% dal 2000 al 2013. Da questo deduciamo che siccome le vaccinazioni sono arrivate all’84%, non tutti i vaccinati sono sopravvissuti, essendo 84>75. E non di poco.
– il vaccino si stima che abbia ridotto la mortalità di 15.6 mln di bambini (dato stimato sulla base del fatto che prima del 1980 il morbillo causava 2,6 mln di morti all’anno).
– Il 15% dei bambini non risponde alla prima dose del vaccino.

Ovviamente vi linko anche l’articolo in modo che possiate verificare di persona. Quello che manca (e che sostengo andrebbe fatto, ma sono stata criticata come se la mia non fosse un’affermazione normale) è:
– valutazione del 2014 e in futuro del 2015 per capire veramente se questo trend si è modificato o se si è innescata una campagna mediatica.
– rivalutazione delle percentuali e incidenza di complicanze (e quali) perchè francamente l’aggiornamento al 1980 è un po’ troppo datato. Bisogna capire dove e come si muore ancora di morbillo, con le condizioni igieniche e sociali attuali. Voglio sapere se la mortalità è ancora dell’1 per mille, qual è la percentuale dell’encefalite e così via.
– studio sull’efficacia del vaccino e su eventuali effetti collaterali in uno studio prospettico che duri da adesso almeno 10 anni.
– studio che analizzi il fatto che il vaccino di fatto viene commercializzato come complesso, è molto inutile dal punto di vista scientifico che parliamo di vaccino di morbillo quando viene somministrato anche con quello di parotite e rosolia.

Mi è stato citato un articolo da pubmed su un’importante rivista scientifica a supporto della tesi che i vaccinati sono calati e che questo sta causando il ritorno della malattia, peccato che nell’abstract non ci sia un numero che uno. E senza numeri mi dispiace, ma è ideologia. Per conto di chi non si sa, in ogni caso è fuffa. E, più mi addentro nella scienza e mi documento, più mi rendo conto che la razionalità risiede molto più nella filosofia che nella scienza moderna.

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Gerakas

25 06 2013

Gerakas non è solo un luogo. E’ una strada e una persona.

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Per arrivare 25 chilometri di strada, di un asfalto rude, talvolta coperto da sassi, ghiaia, terra rossa, che si stringe, poco spesso si allarga, che dà spazio a uno strapiombo continuo soprattutto all’andata, percorrendo questa via verso nord. Trovarsi con il precipizio a destra -soprattutto in motorino, e soprattutto con un motorino da noleggio- non è mai una bella opzione, ed è meglio non pensare a cosa può succedere se si trova la ghiaia sbagliata, ma io non ci sono riuscita, c’ho pensato e ho avuto paura. Per la prima volta da quando sono ad Alonissos, isola splendida delle sporadi greche. E poi ho sempre raddrizzato il mio sguardo verso il futuro e mi sono detta “stai concentrata, andrà tutto bene”. Due volte mi sono fermata, per scrutare l’orizzonte, fotografare e permettere al mio cervello di abbandonare la concentrazione. Poi sono ripartita, ed è andato tutto bene.

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Salendo verso nord (Gerakas è la punta a nord dell’isola), gli ultimi 15 chilometri di strada sono nel completo nulla, o meglio nel tutto. Non una casa, una costruzione, ogni tanto qualche camion di qualche cantiere abbandonato. Tutto immobile fuorché il vento che tutto muove. La terra per la prima volta si fa più brulla -la straordinarietà di quest’isola è che è tutta collinare e ricoperta di pini, perciò si è in un paesaggio montano fino a quando si prendono le stradine che scendono verso il mare, e vicino al mare dai pini montani si passa ai pini mediterranei-, gli uliveti, già cospicui in tutta Alonissos, qui marcano maggiormente la loro presenza, ci sono ulivi ovunque, davanti, dietro, di fianco, le olive non sono ancora mature.

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E poi, dopo tanto nulla, si arriva.

Una risata m’ha preso, incredibile aver fatto tutta quella strada per una conca d’acqua contenuta fra le anche di due colline, paesaggio quasi marziano, non tanto per i colori quanto per l’assurdità. Ci sono un po’ di barchette nel mare, non si sa bene di chi, qualche sdraio in plastica senza ombrelloni, e un caldo cocente ma benevolo, sono le tre del pomeriggio.

Gerakas è anche una persona, un uomo a cui colpevolmente ho mancato di chiedere il nome. Sulla settantina credo, magro, secco ma vivido e vivo, vive in una fattoria malandata, una casoccia più che altro, né catapecchia né casa, pesca “con la barca rossa che ho al di là degli scogli” qualche pesce, ha qualche gallina, non ho capito come ma produce formaggio, coltiva qualche verdura. E ha allestito un chioschetto con due tavolini sopra cui alberga un po’ d’ombra in cui prepara da mangiare per gli avventurieri: il pesce pescato alla mattina, un’insalata, un souvlaki, qualcosa del genere.

E lui sta bene lì, gli ho chiesto con effimera ed inutile curiosità “ma d’inverno? Qui non c’è nessuno…” “Yes yes but it’s good, I’m fine here, there’s all, and there’s no cold, the temperatures are from 8 to 13 degrees… It’s good!” e poi a scansare la conversazione, per tornare al suo. Mondo, chiosco, pesce, al suo.

Per qualche minuto siamo stati solo noi due lì, unici custodi di quella realtà istantanea.

La cosa eccezionale è che questo non è solo un uomo, è uomo “lì”, accoppiato con l’ambiente in cui vive in una sinergia di intenti tanto semplice quanto incredibile. Quel luogo, quell’uomo e quella strada sono lì, e anch’io ci sono stata.

E così, la ripartenza, verso una spiaggia più confortevole per lo studio, e il ritorno.

Non un’emozione m’è rimasta, solo vita.





Fuga per la vittoria

13 06 2013

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Ok non posso più tergiversare. Simona mi ha convinta, scrivo di nuovo.

Scrivo perchè parto. Parto perchè non ne posso più, ho bisogno di avere almeno la speranza di avere un futuro, parto per avere una formazione medica migliore, per imparare di più e meglio, parto perchè ho svariati progetti di ricerca e sperimentazione già quasi pronti per partire ma qui mi hanno sempre chiuso la porta in faccia -anche se ho offerto il mio lavoro gratis-. La percezione, o meglio la certezza, di sbattere ogni volta contro un muro, rimbalzando cercando di imitare “Ercolino sempre in piedi”, ovvero cercando di non cadere e ritrovare il proprio baricentro. Purtroppo ho capito definitivamente che qui le alternative più facili per andare avanti sono 3:

a) Essere figlio di, parente di, raccomandato da

b) Essere già Professori e/o con una carica pubblica riconosciuta

c) Essere amici di. Il di include persone influenti e/o i viscidoni con 200 mila contatti grazie a cui si riesce ad entrare in gruppi di “amici”.

Qui funziona tutto a cerchie, dal baronato in giù. Anche il più sfigato dei ricercatori, con lo studio impolverato e ingiallito, un computer venuto giusto dopo il commodor 64, ha il suo gruppo. O stai dentro o stai fuori. Se sei fuori, se non hai una borsa di studio, se non sei già ricercatore ufficiale, se non sei già prof col cavolo che puoi fare qualcosa! Qui tutto ha bisogno di carte, di certificati, di titoli che servono solo per essere appesi ai muri dato che vengono ottenuti dopo una formazione che è fra le ultime in Europa come qualità.

Non ci sono chances, e non ho intenzione di fare alcuna fatica per rientrare nel gruppo b o gruppo c! (Il gruppo a l’abbiamo già scartato a priori essendo figlia ovviamente dei miei genitori, i quali però non hanno ruoli tali da poter raccomandare e in ogni caso non lo farebbero mai).

Quindi parto! Direzione Germania! Il bello è che sento che è assolutamente il posto in cui devo andare, ma le mie basi di tedesco sono: danke, bitte, guten tag, keine gegenstaende aus der fenster werfen (non gettare oggetti dal finestrino, la so perchè quando ci sono frasi scritte in più lingue mi diverto a leggerle in tutte le lingue! E questa c’è sui treni). Perciò mi sono attrezzata: lezioni private 1:1 per migliorare l’efficienza, libro di testo, libro di grammatica, libro con audio, dialoghi e supertavola riassuntiva della grammatica, vocabolario illustrato. Tanto studio e tanta pazienza! Credo di aver già ripetuto 12 volte gli articoli, i verbi al presente e gli ausiliari, per non parlare di tutti i dialoghi possibili che iniziano da “come stai?” o “da dove vieni?”. Ora procedo col resto. E’ strano pensare che ogni parola per dire ogni cosa la devo imparare da zero, ma così funziona e così mi serve per partire.

Quando leggevo sui giornali di persone che dicevano “non ne posso più per questo e quest’altro motivo” e quindi parto “con questa e quest’altra motivazione” mi chiedevo se era veramente così, ed è così. Sono arrivata a un limite, a un punto di non ritorno, per cui non sopporto più niente delle cose che non funzionano di qua, e voglio partire con la speranza (dalle informazioni dirette che ho direi la certezza) di trovare di meglio. Ogni volta che c’è un disservizio, o qualcosa che non funziona, o che leggo i giornali la prima cosa che penso è “faccio proprio bene a voler andare via” e la seconda è una sensazione di distacco, come se queste schifezze non mi appartenessero più. Io sono già distaccata, sono già da un’altra parte, non posso più far sì che i problemi di questo stato diventino miei problemi.

E per fortuna che non ho la tv! Ah, a tal proposito, spegnete la tv. Io la campagna per spegnere la tv l’ho già fatta. Vi accorgerete di essere più liberi, con taaanto tempo in più per dedicarvi alle cose che vi piacciono o anche per oziare con gioia, e molta meno bile da smaltire. (Written by colecisti e coledoco che ci tengono al copyright).

Credo che una volta si parlava di fuga di cervelli, ora è più corretto parlare di fuga di persone, perchè qui non si fugge solo perchè non consentono di utilizzare il cervello, ma perchè questo paese non offre prospettive di nessun genere e tipo. Ho iniziato ad appassionarmi di politica a 12 anni e in questi 15 anni nulla è cambiato, anzi direi che le cose sono peggiorate sotto ogni punto di vista. La crisi è ovviamente reale ma è una scusa che utilizzano per giustificare ogni nefandezza, ogni abuso di potere, ogni riduzione dei diritti dell’individuo.

Noi giovani o abbiamo famiglie in grado di comprare una casa, garantire per un mutuo, aiutare per tenere i nipotini, oppure non c’è alcuna possibilità per chi è fuori casa e si paga l’affitto| di costruirsi un futuro stabile.

Infatti, siccome ormai il degrado socio/politico/economico colpisce anche i medici e in generale i lavoratori del servizio sanitario, gli scenari possibili per me finita la specialità sono:

1) imbucarmi in un dottorato dove mi pagano 1000 euro al mese senza comunque la possibilità di proporre alcun progetto. Della serie parcheggio fila A posto 4 settore viola.

2) cercare contrattini schifosi, senza diritti e di 6 mesi in 6 mesi presso case di cura private

3) cercare di lavorare in un ospedale di provincia lontano da ogni cosa sempre con “borse di studio” o da libero-professionista, pur avendo tutti gli oneri di un dipendente.

Ci sono altre opzioni, ma il concetto è che finirò l’iter formativo a 30 anni dopo aver fatto ogni passaggio in pari e rispettando i tempi e dovrò ricominciare da capo, con una stabilità che potrà arrivare forse e dico forse a 40 anni! Ma che poi, a me la stabilità non servirebbe neanche niente, io vorrei costruire la mia vita sulla base di progetti, per cui ad esempio per 3 anni mi dedico a un progetto, per 2 a un altro, per 5 a un altro ancora. Figuriamoci se qui è possibile! Quindi la stabilità è l’unica sana alternativa a questo sistema che mi corrisponderebbe totalmente.

Ah, quarta opzione: partecipare a concorsi probabilmente truccati (che comunque adesso sono bloccati) tanto per partecipare. Pagare marche da bollo, mille cose burocratiche compresa la dichiarazione della fedina penale pulita, che un medico deve giustamente avere ma un politico no, studiare cose inutili per l’ennesima volta, scrivere fiumi di parole nella speranza di un posto che difficilmente arriverà!

Quindi imparare da zero una lingua mi sembra operazione più facile di ognuna di queste quattro possibilità! Sento che là potrò trovare la tranquillità donata dalla realizzazione professionale, e questo è il più grande regalo che posso farmi.

Ecco, non sapevo se scrivere perchè il progetto è ancora in fase di costruzione, appena iniziato, è tutto da vedere, da imparare e da scoprire, ci sono tanti rischi. Ma andrà tutto bene! Ogni tanto me lo ripeto stile mantra. Scrivo per condividere questa scelta di vita, e anche perchè forse può essere utile per qualcuno conoscere il processo e i passaggi prima di partire, perchè tutti raccontano cosa avviene nel paese in cui si arriva, difficilmente si legge cosa succede prima.

Quello che è certo è non parto per la disperazione, parto proprio perchè ho la speranza che le cose possano cambiare.

Vi aggiornerò!





La Prima

28 01 2012

Quale migliore occasione per scrivere se non dopo aver preso parte al Bello?!? Questa sera sono stata con una mia amica alla prima serata -dedicata al giorno della memoria- della stagione sinfonica del Teatro Comunale di Bologna, esperienza indimenticabile. Mi piacerebbe aver studiato al conservatorio per essere i grado di ascoltare in modo approfondito ogni passaggio e coglierne con dovizia ogni particolare tecnico.

Quando ho visto salire sul palchetto Noam Sheriff, ho visto l’orchestra in silenzio, l’aura che si è creata attorno al direttore, e ho capito cosa intendeva dire John Cage nel suo 4:33 : il silenzio è la vera essenza dell’orchestra, lì si coglie il microcosmo che si instaura e si instilla. La musica è un accessorio. Certo che è un accessorio costruito bene, ce ne fossero di accessori così!
E’ incredibile la varietà di gesti del direttore, chissà quali sono le forme mentali che abitano la sua musica, o meglio la sua rappresentazione di musica. E’ stabile, centrato, ma anche comunicativo e proteso verso l’orchestra.
Anche il pubblico è un microcosmo, ma certo non è possibile staccare gli occhi dagli strumentisti, ognuno con le sue peculiarità, ognuno con la sua musicalità, col suo mondo, coi suoi suoni. Tutti insieme, disgiunti e contemporanei in quell’unione di intenti chiamata orchestra.
C’è il primo violino, alto, magro, la parola migliore per descriverlo è: interezza (serve una parola con una i e qualche e, senza vocali aperte al centro). Suono pulito, coerente, deciso, con personalità.
C’è il violinista in seconda fila, energico, talento incredibile, forse esprimibile ancora meglio diminuendo la lieve rigidità nell’esecuzione.
In centro il violoncellista giovane, ragazzo che canta la musica che suona. Tenero, dolce.
E poi le viole, i contrabbassi, che segnano il tempo, fondamentali e vera “colonna portante” nella prima composizione di Noam Sheriff.
Dietro i fiati, gli ottoni, speciali, e le percussioni, anche loro fautrici del tempo che cambia continuamente, coi suoi accenti e le sue danze.

Nella seconda esecuzione (Kol Nidre, di Shoenberg) entrano la voce recitante, e il coro, decine di elementi posizionati in modo perfetto, tale da rendere armonicamente ricco ogni passaggio.
Mi accorgo definitivamente (forse è la posizione, sono seduta abbastanza avanti quasi centralmente) che il legno -direi ciliegio- che ricopre le pareti del teatro è perfetto per rendere tangibile ogni nota timbrica delle voci, che sembrano con le loro curve penetrarne i pori, mentre rende sicuramente caldo il suono orchestrale, ma forse ne chiude un po’ gli armonici; certo risaltano i medi, cuore e baricentro sonoro.

Arriva il momento della sinfonia: la mia prima sinfonia a teatro, è la prima sinfonia in re maggiore di Gustav Mahler. Maestosa, splendida, emozionante. Alla fine del primo movimento, abitato da atmosfere gioiose, poi angosciate, poi di attesa, qualcuno applaude, ma fortunatamente viene zittito prima che la cascata dell’evento “applauso” si completi. Inizia il secondo movimento, all’interno del quale cambia qualche accento ritmico, che crea sospensioni sonore, in alcuni casi si deve attendere qualche microsecondo per udire gli archi dopo le percussioni, qualche volta avviene il contrario. E’ come una danza, calda e avvolgente.
Poi il terzo, timpano (esegue due note alternate) e contrabbasso solista. Trasposizione in tonalità minore di fra martino (forse è un re minore, ma non ne sono certa), tono sommesso. Penso a quale universo-mondo è possibile rappresentare attraverso “fra martino”, penso a come è possibile ampliare la sfera semantica e la ricchezza simbolica ed eventuale di ogni aspetto dell’esistenza. Poi il cambiamento: sembra una nuova primavera, accomodante e rasserenante, ed ancora: il tempo, la dinamica, “l’arrangiamento” shiftano verso il klezmer, e poi verso armonie dell’est europeo.
Si chiude col quarto movimento, maestoso, fortissimo, stupefacente. Si continua così, pur con qualche ritorno a qualche armonia più “primordiale”, naturale. La fine è nuovamente maestosa, quasi Beethoveniana (d’altronde si ascolta una sinfonia e come si fa a non evocare Beethoven?), il compositore sembra quasi volersi ingraziare il pubblico, lo chiama, lo invoca e lo fa tendere a sé, incitando gli applausi finali. Si alzano gli ottoni sul finire della sinfonia, per completare la maestosità dell’opera.

E infatti non fa in tempo a finire questo capolavoro, neanche un respiro che lasci decantare l’emozione, il sentire, e iniziano gli applausi scroscianti. Qualche “Bravo!” al direttore, io dico “Bravi!” perché tutti hanno fatto parte di quel mondo, tutti i musicisti l’hanno composto e l’hanno unificato, mi asciugo una lacrima e riprendo ad applaudire. Ancora applausi, non saprei dire per quanto tempo, ma non è importante, il presente di quel luogo è diverso da un qualunque altro presente in città. Il direttore esce e rientra almeno quattro volte, ringrazia, è calmo e grato, accogliente. Speriamo nel bis, ma non viene eseguito. Il direttore chiama a sé il primo violino, escono seguiti da tutti gli altri, finisce la prima serata sinfonica del Teatro Comunale di Bologna. Vorrei aspettare che escano tutti per godermi il nuovo presente del teatro, cambiato per sempre da quei suoni, ma esco con la mia amica, mi sembra tutto concitato, il presente è tornato contratto, è nuovamente necessario intel-leggere il vissuto nelle increspature che il quotidiano lascia libere. E penso “grazie perché esisto”.





Logica e illogica, assoluto e relativo

29 03 2011

 

Qualche giorno fa mi è emerso un ricordo dei primi anni di catechismo, credo che fossi in terza elementare. La scena che si è svolta fu la seguente: abbiamo letto un passo del libro del catechismo in cui Dio (o Gesù? Boh) esortava a impugnare le spade per combattere i miscredenti, mentre qualche settimana prima avevamo letto sempre dallo stesso libro che Dio perdonava tutto e tutti. Siccome in quell’occasione c’era il prete (evento speciale, dato che di solito erano presenti solo le catechiste, una per classe) gli ho posto la seguente domanda: “perchè se Dio perdona tutti poi ordina di prendere le spade?” e poi ne avevo approfittato per chiedere come mai Dio amasse più di ogni altra cosa suo figlio uomo e però ogni tanto chiedeva ai padri veri di sacrificare qualche figlio.

Il sacerdote mi aveva risposto in maniera quantomeno vaga, ma a me non interessava più di tanto perchè quello che per me aveva reale importanza era interrompere il discorso totalmente inutile che stava facendo. Del resto andavo a catechismo perchè poi potevamo usufruire di un oratorio enorme, pieno di ogni tipo di gioco divertente, dal ping pong al bigliardino al campetto. (Questa cosa era così evidente che per ben due anni le catechiste per santa Lucia mi hanno regalato il carbone, sempre per assumere il perdono come elemento cardine della vita secondo Dio)

In pratica quello che io chiedevo era il motivo della contraddizione divina, e i criteri attuati per il processo di identificazione di Dio. Se Dio è tutto e il contrario di tutto ed è sempre nel giusto, perchè noi siamo a sua immagine e somiglianza ma siamo condannati all’erroneità? Perchè alcuni possono dire che per loro l’obbedienza assoluta è la caratteristica più fondamentale di Dio, e perchè alcuni altri pensano così della conoscenza, e perchè altri ancora ritengono il perdono l’aspetto più importante dell’immagine di Dio?

Gli chiedevo altresì il rapporto tra l’imbuto formato dalla relatività provvisoria umana che doveva interpretare l’assoluto divino, e l’assoluto divino nella sua identità.

Nel tempo ho trovato la risposta ad entrambe le domande, ma oggi ho trovato un modo logico di rispondere alla prima domanda “Qual è il rapporto tra le caratteristiche che l’uomo ritiene giuste, e ritiene più degne di essere assunte nel rispetto dell’identità di Dio, e l’identità di Dio?” Questo è il seguente.

Premessa A: L’uomo contiene tutte le caratteristiche dell’individuo inteso in questa trattazione

Premessa B: Dio è tutto e il contrario di tutto

Premessa C: L’uomo è a immagine e somiglianza dei Dio

Conclusione D: Ogni caratteristica assumibile dall’individuo è propria di Dio

Conclusione E: All’uomo inteso come individuo piacciono le caratteristiche di Dio che gli corrispondono.

Queste proposizioni hanno il seguente schema:

 

Si può asserire che:

1) Domande anche solo lievemente differenti decretano la logicità o meno della risposta.

2) Lo stesso problema posto con due livelli linguistici differenti si suddivide in due sottoproblemi, ognuno appartenente alla sfera semantica corrispondente al livello linguistico utilizzato.

3) Ciò che unisce le due sfere semantiche è l’esperienza e la capacità di trarre conclusioni da essa

4) La capacità di trarre conclusioni a partire dall’esperienza dipende dal livello linguistico utilizzato (questo alla luce del secondo e soprattutto del terzo paragrafo è un paradosso).

5) Ogni uomo inteso come individuo si serve del linguaggio per spiegare il suo mondo

6) Questo strumento comune a ogni individuo in quanto uomo ri-unifica il problema precedentemente sdoppiato. (Questa è la risoluzione del paradosso)

7) La mia prima domanda è in realtà contenuta nella seconda. C’è una conclusione F comune ad entrambe le domande.

8. La risposta alla seconda domanda (ovvero dell’essenza stessa della religione intesa come attività umana e del rapporto linguistico tra uomo, religione e Dio) nella prossima puntata!





E dopo questo

25 09 2010

Io voterò per lui

– credo –





Sociofenomenologia dello sci

20 01 2010

Diciamocelo, sciare è una tortura.

Si parte la mattina prestissimo, digerendo un freddo abominevole e vestiti come degli  omini gonfiabili, si percorrono chilometri su chilometri in autostrada dove l’unica cosa positiva è il paesaggio, sempre che lo si veda per assenza di nebbia.

E finchè si è in autostrada va tutto bene, perchè poi cominciano i tornanti e la colazione presa alle 6 di mattina comincia a farsi pesantemente sentire. Anche la testa non ne giova, vivendo un vuoto più grave rispetto al solito.

Poi finalmente si arriva, si saggia il freddo che è aumentato, si cerca parcheggio in una nuvola nera di petrolio e CO2, perchè tutti hanno avuto la stessa idea, cioè quella di usare una giornata di riposo in quel modo  quantomeno curioso. Si va al noleggio, dove dopo una fila la cui unità utilità è quella di fornire il tempo per prepararsi psicologicamente a quelli zoccoli duri che sono gli scarponi da sci, finalmente gli omini montani e gentili ti servono. Si provano gli scarponi con la speranza che la tecnologia sia progredita sfornando qualche modello più leggero dei soliti 5 chili e un pò più comodo, e invece niente! Poi ti danno gli sci, quelle lamine ovviamente scomode da trasportare su cui ci si illude di rimanere in piedi in scioltezza in qualsiasi situazione.

Consegni il documento, paghi, ed esci, e ti accorgi che quegli scarponi orribili da 5 chili non sono neanche costruiti in modo da resistere sul ghiaccio. E’ come avere del burro sotto i piedi, non tengono e si rischia di cadere ad ogni passo, mentre ovviamente si tenta di tenere sollevati gli sci (ma perchè non ne inventano di pieghevoli?)

Poi arriva il meglio: quando ci si mette gli sci si realizza che rispetto all’ultima volta in cui si era provato a sciare (nel mio caso anche la prima) non solo non si è magicamente migliorati, ma addirittura è peggio! E allora conviene prepararsi alla tortura che durerà l’intero giorno (grazie al cielo il sole d’inverno tramonta prima).

Si comincia non con la pista baby, ma con quella lattanti, cioè per intenderci non quella blu, ma quella azzurra pastello, e sarebbe meglio il bianco sporco. Ogni minidosso è un pericolo difficile da arginare, come ogni centimetro quadrato di ghiaccio. Per giunta per risalire c’è lo skilift, quindi non solo si lotta contro le forze della natura per scendere ma anche per salire!

Però dopo una o due volte si scende con la sicurezza di arrivare vivi in fondo, e allora quasi ci si diverte. Al che puntualmente i simpatici amici dicono “ma dai grande, ci riesci, vieni su a 2000 e passa metri, poi li c’è un’altra pista azzurra, noi andiamo a fare un giro per altri 10 paesi qui intorno, tu intanto rimani li poi scendiamo insieme!” Al che la domanda ovvia è “ok, ma per tornare proprio qua sotto?” “Eh c’è la panoramica, è lunga, però è azzurra! E’ un pò stretta, però è azzurra!”

Dopo notevoli insistenze ti fai convincere, scopri che effettivamente li c’è una pista azzurra in cui si risale con un tappeto mobile che puntualmente inchioda perchè non si sa come ma qualcuno è caduto. Ti alleni intensamente provando a stare con gli sci dritti in ogni punto della curva -che dev’essere rotonda-, a frenare per bene cercando di sforzare le ginocchia il prima possibile.

Poi arriva il grande momento, quello della discesa per la panoramica. Panoramica perchè si può scegliere: a sinistra precipizio, a destra il bosco! E’ perfetto! Stretta significa che più che una pista è un corridoio, praticamente metti gli sci di traverso e occupi tutta la pista! Per giunta è tutto il giorno all’ombra, quindi è totalmente ghiacciata. Ovviamente, siccome serve per scendere dal punto più alto del comprensorio, c’è pieno di fenomeni che sfrecciano da tutte le parti, incuranti del burrone e dei tronchi. Secondo me si chiama panoramica perchè il paesaggio lo devi guardare e non toccare, che se lo tocchi tanti auguri. Questo biscione è lungo 5 chilometri, e ovviamente i punti più stretti sono anche in curva, più pendenti, più ghiacciati, e con un sacco di gente che rallenta e quindi si assembla li. Basta perdere il controllo un attimo e si fa uno strike da 200 punti!

Quindi è così: si va a spazzaneve di traverso, frenando per andare a non più dei 5 all’ora, senza mai curvare per non andare mai verso il precipizio, con le gambe che tremano dalla fatica, cercando di evitare le lastre peggiori e cercando di stare in piedi sempre per il succitato strike. Si arriva in fondo che non si è neanche grati di essere vivi, perchè non si sa se le gambe sono ancora li presenti all’appello, e si ringrazia che la giornata è quasi finita! Giusto in tempo per accorgersi che si è sudati e in macchina il freddo si farà sentire…

Però se per un attimo si sente il profumo dei pini e l’aria benevola si capisce che forse ne vale la pena.

E allora per non rischiare di dover saltare una vacanza in montagna con gli amici ci si impunta e si dice “no, io devo imparare”, e ci si prepara psicologicamente alla prossima tortura, sperando nell’aiuto di un maestro che questa volta era occupato con qualcun altro.