Das Berliner Philarmoniker Orchester

26 10 2013

Ho scritto sulla mia esperienza alla Berliner Philarmonie anche in tedesco, come esercizio: pensare in tedesco e scrivere di conseguenza. Saltare il processo di “traduzione del pensiero” per costruire le frasi con la sintassi, la forma e la logica tedesche. Ottima tecnica suggerita da una delle mie due insegnanti.

L’idea in realtà sarebbe più “grande” ma so già che non ho il tempo di realizzarla: creare una piattaforma aperta in cui ognuno può scrivere in ogni lingua, essere corretto dagli altri e correggere a sua volta. Pubblicare poi la versione corretta dello scritto, in modo da poterla confrontare con quella precedente. In questo modo ognuno potrebbe imparare non solo dai suoi errori, ma anche da quelli degli altri!

Intanto scrivo qui il mio primo scritto “serio” tedesco. Amici berlinesi o ragazzi tedeschi che non avete mai visto questo spettacolo, questo è per voi!

Per chi invece desidera un racconto che non sembri scritto da una bambina di quinta elementare può leggere più sotto.

(La traduzione in tedesco di questo breve pezzo introduttivo arriverà conseguentemente alla mia ispirazione che attualmente latita)

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Am Donnerstag war ich zum erste mal in der Berliner Philarmonie um die Berliner Philarmoniker zu hören. Die Architektur des Gebäudes ist wunderbar, eine Konstruktion mit eine besondere Akustic. Ich war glücklich, weil ich eine Platze in eine gute Zone gefunden habe, trotzdem habe ich viel bezahlt.

Die Musik war di “Matthëws Passion” von Bach, eine der wichstigene Kompositione der Welt. Wie andere Bach Musiks, hattet sie viele Stücke (vie die Goldberg variationen zum Beispiel). Um 7 Uhr, waren alle die Musiker, die Kammermusiker und Simon Rattle (der Dirigent) auf der Bühne, alle zusammen.

Als die Musik begonnen hat, war das ein Magischer Moment. Nur ein bisschen später, hat der Kinder-Chor eingesetz. Wow! Habe ich gedachte; ich bin wo ich sein will, mein Traum ist wahr geworden.

Es gab zwei Chöre, die Soliste, und der Kinder-Chor. Die Orchestra war perfekt, es gab auch Emmanuel Pahut, die am liebsten Flötenspieler fur mich. Simon Rattle war wirchlich ein Meister: manch mal schaute er nur die Orchestra an; in andere Stücke dirigierte er alle die Orchestra.

Meine Meinung nach ist Simon Rattle ein Meister auch weil er alle die Unterschiede zwischen die Instrumente markiert. Die ganz Musik wird complexer, aber alles ist perfekt gespielt und die ganz Orchestra harmoniert.

Nicht nur die Musik, sondern auch die Perfomance war fantastisch. Die Soliste spazierten auf der Bühne, die Musiker auch.

Immer wenn eine Instrument ein Solo hatte, ging der Musiker auf den Mittlebühne, oder ins Publikum.

Es war fantastisch, wunderbar, toll… Es wäre gut, wenn ich mehr Worte um dieses zu erzählen kennen würde!

Am Ende, haben wir für einige Minuten applaudiert, auch zwei Kindersänger waren auf der Bühne; sie waren stolz aber gefast. Zwei Dinge habe ich gedacht: Deutsche ist eine wunderbar sprache, ich liebe sie. Und ich mag auch diese Gesellschaft, weil die Kinder sich entwikeln können, in Deutschland werden als Individuum erkannt. Dieses für mich ist ein Wunderding.





Philarmoniker Berliner Orchestra

19 10 2013

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Giovedì sera sono andata ad ascoltare la Berliner Philarmoniker Orchestra per la prima volta. Programma della serata: Matthäuspassion di Bach, che prevede voci soliste, doppio coro, doppia orchestra. Come nello stile di Bach, non movimenti ma tanti brani (come nelle variazioni di Goldberg ad esempio). Più “insolito” per Bach una ricchezza armonica e una gamma variegata di soluzioni e suoni che secondo me hanno pochi eguali nella storia della musica mai composta. Un capolavoro assoluto.

Direttore: Simon Rattle. Che conosco in quanto direttore residente della Philarmoniker, e che amo da quando ho ascoltato le quattro sinfonie di Brahms da lui dirette. Ha una capacità unica nel capire e far risaltare la complessità e le differenti relazioni melodiche, ritmiche e armoniche tra i vari strumenti che si trovano nei lavori di Brahms. Dal mio punto di vista Rattle ha capito Brahms insomma, e Brahms in assoluto è il compositore che preferisco. Quindi diciamo per un sillogismo emozionale, per una traslazione linguistica amo anche Simon Rattle. 

 

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La Philarmonie: wow. Un edificio pentagonale (più o meno, così mi sembra), di tre piani, alta architettura perlomeno nella progettazione delle forme e degli spazi. Meno per i materiali (perlopiù cemento), ma è stata costruita negli anni ’80; si trova -manco a dirlo- in via Herbert Von Karajan. Sono entrata due ore prima del concerto per cercare di prendere un biglietto dato che in teoria c’era il sold-out, perciò ho potuto visitare tutti gli spazi. Sono poi approdata nella sala del concerto, ed è stata una meraviglia. Il palco è al centro, è tutto costruito su più livelli per diminuire le distanze, il pubblico circonda completamente i musicisti. In ogni punto della sala il suono è perfetto. 

Poi è iniziato il concerto. Sono entrati i musicisti, poi il nugolo di coristi e Simon Rattle. Dopo qualche secondo, come una sorpresa, il coro delle voci bianche ha iniziato a cantare in mezzo al pubblico alla sinistra del palco. Profonda commozione. 

Durante tutto il concerto ho assistito a una performance eccezionale: i musicisti migliori, tra cui Emmanuel Pahut, flautista che ascolto da un pò, la enorme capacità da parte di tutti di valorizzare ogni nota suonandola perfettamente; i cantanti favolosi. I solisti non si sono limitati a cantare, hanno interpretato le loro parti quasi come in un’opera. Simon Rattle nei momenti in cui suonavano molti strumenti e i cori dirigeva, in altri si limitava a guardare, spettatore/attore di quel portento. 

Anche qui, rispetto ad altre versioni della passione che ho ascoltato, erano più marcate le differenze ritmiche e melodiche tra gli strumenti, quasi al limite del fuoritempo. Ma grazie alla bravura eccezionale dell’orchestra questo ha permesso di valorizzare ogni linea strumentale, evidenziare la complessità dell’opera e allo stesso tempo creare delle connessioni tra le varie parti, delle relazioni che hanno rafforzato l’ensemble e la coerenza della composizione. Rattle ha colpito ancora. 

Durante il concerto i musicisti, i cantanti, si muovevano continuamente. E così un “personaggio” cantava tra il pubblico alla destra del palco, i flauti si spostavano al centro del palco, l’oboe andava tra il pubblico alla sinistra del palco e accompagnava un cantante al centro, o all’estremità posteriore della Philarmonie. E’ stato eccezionale. Come vedere un nugolo di api perfettamente in ordine. La potenza del sistema complesso espressa attraverso la competenza, la sapienza e la bellezza dell’arte. 

Non avevo mai vissuto niente del genere. 

E il suono, quel suono perfetto. Caldo, avvolgente, completamente uniforme, ma con ogni fascia di frequenze ben rappresentata e bilanciata. 

Non è stato solo un concerto, è stata una performance completa e magnifica da ogni punto di vista. Che meraviglia. 

Alla fine abbiamo applaudito per alcuni minuti, è stato veramente un capolavoro e l’applauso è il grazie finale, dovuto. Sul palco sono saliti anche due bambini del coro di voci bianche. Fieri ma composti, ordinati. Con una dignità e una presenza incredibili. Questa è una società che permette ai bambini di svilupparsi come individui già da quando sono piccoli. Sono pienamente riconosciuti come persone a tutti gli effetti, sono vere e proprie entità che coltivano la loro esistenza e autonomia. Questa è una società bella. 

Quello di giovedì è stato un sogno realizzato, un altro motivo per ringraziare la vita, l’universo e tutto quanto.





In Berlin

7 10 2013

 

Alla fine sono partita. Con un mese d’anticipo rispetto al previsto.

Da quando ho preso la decisione “mi licenzio e parto” ho avuto tre settimane: una di ferie riposanti, una di ferie per raccogliere la maggiorparte della burocrazia, una di lavoro, trasloco e per finire la burocrazia. In ogni momento qualcuno da vedere, salutare, con cui festeggiare!

Sono a Berlino da mercoledì sera, venerdì e sabato un congresso, nel tempo libero la costante ricerca di una casa!

Rimango qui due mesi per studiare il tedesco, poi si vedrà.

A parte ieri (giornata che vi racconterò), non ho vissuto niente come “difficile”, pesante o stressante. E questo è decisamente positivo! Mi sono resa conto quando sono scesa dall’aereo che mi pervadeva una felicità profonda, direi essenziale, che continua anche ora e che spero tutti abbiano provato almeno una volta nella vita.

Ho con me una grossa valigia e uno zaino, unici oggetti non indispensabili per vivere sono il costume e la cuffia per la piscina e i libri. Ah no i libri per me sono essenziali per vivere. Sto leggendo “La potenza di esistere” di Michel Onfray, magari lo recensirò prossimamente, è un compagno di viaggio notevole, una nuova pietra miliare nel mio percorso filosofico dopo il Tractatus di Wittgenstein.

Come vi dicevo, riporto qui quello che ho scritto ieri (domenica), dopo la giornata più particolare che ho vissuto. Non è e non sarà un diario strutturato, ma una condivisione pura e semplice di quello che mi capita in questa esperienza nuova!

Domenica 6 ottobre del 2013, naturalmente a Berlino

Antefatto: ieri ho trovato una casa stupenda, camera con letto a una piazza e mezzo, una scrivania di vetro, un tavolo da pranzo rotondo di vetro con due poltrone, una lampada di design e tutta la parete di fronte occupata da vetrate che danno su un balcone con una vista meravigliosa su Berlino (21esimo piano). Alla signora (docente in comunicazione) ho detto: guarda per me va bene, in caso posso venire da domani? Certo! Quante valigie hai? Solo una molto pesante e uno zaino.. Perfetto, allora se è tutto confermato puoi venire domani a qualsiasi ora! Io: ok allora chiamo domattina per un’ultima conferma, a domani! A domani! Tschus!

Ieri sera provo a chiamare per confermare, niente.

Stamattina: chiamo una volta, niente, chiamo due volte, niente, mando un sms niente. Dovevo lasciare la casa in cui ero perchè la ragazza (amica di una mia conoscente) doveva ospitare altra gente. Al che ho pensato: la signora dovrebbe in teoria vedere altra gente dalle 2, vado da lei magari un pò prima. E’ vero, è stato un azzardo presentarsi là, ma dal mio punto di vista siccome abbiamo definito ogni dettaglio e ci siamo confermate a vicenda era tutto a posto.

Sono andata là, e mi ha detto: Devo chiedere ancora a Koni (qualcosa del genere, credo sia la ragazza che occupava la stanza e che però adesso non c’è, perciò mi chiedo che cazzo vuole sta Koni, e soprattutto ieri non esisteva neanche!), e ieri Koni mi ha detto che forse vorrebbe per più di due mesi, perciò dai magari ti dico stasera!

Ok. In mezzo a una strada, con 32 kg di bagagli, senza internet. Con una fame della madonna.

Ho attivato tutte le mie energie per il problem solving: ho proseguito per quella grossa strada cercando hotel che però erano costosissimi, a un certo punto ho girato a destra perchè mi pareva di ricordare un ristorante giapponese che infatti c’era. Ho chiesto “c’è internet?” un pò stranita e un pò tedesca la tipa mi ha detto di si e allora mi sono seduta a mangiare. Ho acceso immediatamente il computer, booking dot com e ho trovato un ostello che lì era segnalato a 500 metri ma in realtà poi ho scoperto che era a 50 metri (girato l’angolo) ed ero già passata di lì per caso chiedendo informazioni al signore un pò matto alla reception! Ho prenotato immediatamente l’ultima singola con bagno colazione inclusa 45 euro.

Poi ho cercato di chiamare per contattare i tipi degli altri appuntamenti per oggi, uno già fissato, gli altri da fissare, per vedere altre case. Nel frattempo google maps sempre aperto perchè una via a Berlino è come un ago nel pagliaio. Chiama, telefona, evidenzia le mail importanti, cerca le strade, prova a programmarti gli orari pensando a quanto ti ci vorrà da un punto all’altro della città. Non è stato un pranzo tranquillo. Però mi ricordo il sapore del sushi.

Fissato il primo appuntamento sono andata verso l’ostello. Il matto mi ha riconosciuta, abbiamo iniziato a parlare in italiano. Bene. Mi sono di nuovo connessa a internet, anche per messaggiare un po’ con mia sorella, che è stata veramente di conforto. Ho prenotato anche per domani notte, sfortunatamente devo cambiare stanza quindi domani devo rifare le valigie, portarle giù, andare a lezione, tornare qua e riportare le valigie nella nuova stanza.

Esco per l’appuntamento: credo che il simpatico signore sulla cinquantina fosse la reincarnazione di Hitler, non ho altra spiegazione. Mi ha accolta dicendo “togliti le scarpe!” Non ad esempio “guarda ti chiedo per favore di toglierti le scarpe perchè abbiamo il parquet, mi spiace ma non ho ciabatte da darti…”

“la camera è questa, chiaramente è solo per te e non ci dorme nessun altro. Nessun ragazzo, nessuna ragazza. Questo è il bagno. Questa è la cucina, la puoi usare per cucinare cose semplici, non so tipo una pasta. Niente cose elaborate, hai qualche stoviglia a disposizione.” Poi ci mettiamo in soggiorno: “questa è la stanza di me e Soni (oggi solo bei nomi eh!), la usiamo noi, perciò qui non ci puoi stare. Preferiamo gente che durante il giorno sta fuori casa perchè io sono un cantante lirico e studio in casa e ho anche dei miei clienti. Perciò se vuoi entrare di pomeriggio a volte puoi andare nella tua stanza”. Poi si alza, si avvicina al muro, e mi fa (bussando forte): “lo senti che rumore che fa? Questi sono muri di merda! Perciò quando chiudi la porta devi chiuderla così (e mi fa vedere), non così (e mi fa rivedere) che fa rumore. Credi di poter rispettare queste regole?” io “si” ho detto, “manco per idea, stronzo di merda” ho pensato.

Nel frattempo mi chiama un altro per un appuntamento, tale Ivan, completamente dall’altra parte della città, ore 18.30, erano le 16.

Ok, in mezzo a una strada, ancora senza internet, dopo aver visto uno stronzo. Mi serve internet.

Mi serve sedermi in un posto. Trovo un bar, chiedo “avete internet?” si. Mi sono seduta. Torta al cioccolato e the caldo.

Internet a quel punto mi serviva solo per messaggiare con mia sorella, sempre per il conforto di prima.

Entrano due italiani. Penso “benedizione!” e con una scusa attacco loro bottone. Parliamo un po’, mi dànno un sacco di aiuti ovvero siti per cercare casa, contatto facebook, numero di telefono e mi dicono “se vuoi noi abbiamo appena trovato casa, abbiamo un divano, possiamo ospitarti qualche giorno se ti serve!” grazie signore che non esisti, ma grazie a qualcosa lo dovrò pur dire.

Vado da questo tipo, Ivan, quartiere Neukolln, Berlino est. Quartiere niente di che, entro in un bar puzzolente a chiedere indicazioni che non mi sanno dare. Trovo un vecchietto, chiedo a lui, mi dice dov’è la strada, incredibilmente vicina. Non so quanto ho camminato e quanto ancora devo camminare per arrivare a sera.

Entro in casa, mi accoglie Ivan, veramente veramente bello, con cui c’è subito un bel feeling. Mi fa vedere la cucina, quasi nuova, la stanza in disordine ma con letto matrimoniale, il bagno normale e carino, il soggiorno grande con uno stereo veramente di tutto rispetto e un gran divano.

In ogni stanza dice “qui devo fare questo, qui devo sistemare quella lampada, qui devo fare quello…” Lo fa col piglio del pittore/tuttofare dilettante… veramente simpatico!

Al che però una domanda mi sorge spontanea: quando ha intenzione di farli questi lavori? Glielo chiedo, mi chiede: tu da quando hai bisogno? io “da oggi!” e lui “ok! beh allora va bene! … Ma ti piace la casa?” Si! “allora vieni che parliamo dei dettagli! Ci accordiamo sul prezzo (ho trattato sia sul prezzo che sulla cauzione, mi ha detto che va bene se sto la due mesi, martedì va in un ufficio per fare una specie di scrittura privata tra me e lui), mi racconta che è un insegnante di danza (alla faccia, si vede proprio!) e del suo progetto di andare in Sud America qualche mese, gli chiedo se mia sorella può dormire lì una notte (in realtà è una domanda per capire se è gradita l’ospitalità o no), e mi dice “si certo, anche una settimana se le serve! Basta che non porti 5 uomini!” e io: “ma se ne porto tre?” Risate. Sto ridendo con un tedesco! Incredibile.

Mi dice che ha un altro appuntamento dopo ma che dirà che ha già confermato con me, rimaniamo d’accordo che vado martedì alle 19.

Casa trovata! Ma a questo punto aspetto martedì per cantare vittoria. Ma casa trovata!

Bene. Torno in ostello, ora c’è una mission importante da risolvere: mi serve un supermercato. Sono veramente stanca, non so quanto ho camminato ed ovviamente è domenica. Ipotesi kreuzberg/pachistano, o ipotesi 2 trovare qualcosa per caso aperto un po’ più vicino. Alla fine chiedo a una signora, c’è una fermata della metro grande con un supermercato che dovrebbe essere aperto fino alle 10, è a 40 minuti a piedi. Mi sbrigo perchè sono già le 9 e qualcosa, lo trovo, compro, esco.

Ho di nuovo fame, molta fame, dannazione! Mi fermo in un pub irlandese, colori caldi, luci soffuse, gente che parla inglese, mi siedo, ordino, mangio ed esco.

Torno a casa sempre a piedi, ormai mi trascino, cerco di individuare le priorità, che sono: scrivere questo papiro, scaricare un documento della tesi di mia sorella, rifare la valigia e predisporre le cose per domani.

Trovo ancora un volta quasi per caso la strada più breve per l’ostello ed entro. Saluto il mio amico che parla italiano, mi siedo sul letto e scrivo.

Fine della giornata.

Ho imparato molto in questi due giorni: che se si è felici, se si è tranquilli, se si confida nella vita, non serve niente per vivere, se non un tetto sotto cui stare (possibilmente stabile) e delle persone con cui scambiarsi storie, parole e affetto. Qualche vestito e qualcosa per mangiare. Stop.

Bisogna aggrapparsi a se stessi quando non si ha niente, e se ci si rende conto che siamo noi, solo noi nel mondo, allora noi bastiamo a noi stessi.

Io, la mia vita, il mondo in cui vivo, le persone con cui sto al mondo. Stop.

Sono felice di avere imparato questa cosa e spero di non dimenticarmela mai.





Ingiustizie e strategie

31 07 2013

Oggi in Stazione a Bologna stavano rimuovendo tutte le biciclette legate alla ringhiera di fianco alla corsia dei taxi. C’erano ACI e polizia, mi è sembrato assurdo e ho chiesto lumi a una poliziotta. Questo il dialogo:
Io: “Scusi posso chiederle perché state rimuovendo le biciclette?”
Poliziotta: “Perché c’è la manifestazione del 2 agosto!”
Io: “Si ma siamo al 31…”
P.: “Eh ma non è che possiamo rimuovere tutte le biciclette il giorno prima!” (certo, rimuovere 30 biciclette potrebbe anche richiedere settimane di lavoro!)
Io: “Si ma nei cartelli di rimozione che ci sono anche per le auto c’è scritto l’01 agosto…”
P.: “Ma là ce n’è uno per le biciclette dove c’è scritto 31 luglio”
Io: “Poi mettete anche un cartello per avvisare i proprietari che le avete rimosse? Perché sicuramente penseranno che sono state rubate
P.: “No assolutamente, se vogliono chiamano in centrale, tanto tutti lo sappiamo che le stanno rimuovendo per il 2 agosto, e poi vanno al deposito.”
Io: “E come fanno a ritirarle, che non c’è targa?”
P.: “Vanno là col lucchetto (perché i due omini dell’ACI tranciavano ogni catena, come i professionisti che si rispettano), poi noi lo scontrino dell’acquisto della bicicletta non lo chiediamo come prova (magnanimi loro!), e possono ritirare la bicicletta”
Io: “Ma quanto costa?” 
P.: “Costa solo 15 euro, il verbale di contravvenzione non c’è.”

Quindi capito? Stavano perseguendo un importante obiettivo per l’ordine pubblico, basandosi su un unico cartello messo di sbieco che contraddiceva tutti gli altri (sono andata a controllare, su quell’unico cartello c’era scritto 31/07 dalle ore 9.00), rimuovendo con due giorni d’anticipo le biciclette, facendo pagare 15 euro l’una il ritiro (sul camioncino dell’aci credo ce ne stiano tranquillamente una ventina, fate un po’ voi i conti), così consci del fatto che (pagati da noi) fanno un servizio pubblico che neanche passa loro per l’anticamera del cervello di avvisare che le hanno rimosse. In stazione peraltro, come se uno che non trova più la bici a Bologna pensi come prima ipotesi “me l’hanno rimossa!” e non “me l’hanno rubata”, opzione decisamente più comune. Per concludere questa importante operazione di ordine pubblico erano 4 della polizia municipale con due macchine, più un carabiniere con un’altra macchina (probabilmente ce ne sarà stato un altro con lui) che guardavano, e ribadisco guardavano, i due omini dell’ACI che tranciavano le catene delle biciclette per poi posizionarle sul loro camioncino dalle uova d’oro.

Il senso di ingiustizia e la necessità di approfondire sono dati dal fatto che quelle biciclette sono “appese” alle ringhiere, quasi invisibili e intangibili, è stata fatta una cosa ad hoc per racimolare un pò di soldi, per una manifestazione che è tra due giorni.

In una città in cui le biciclette sono una benedizione perchè eliminano un pò di traffico, e in una città dove si è fortunati se in un anno la propria bicicletta non viene rubata 2 volte. 

Senso di ingiustizia anche perchè la giustificazione è una manifestazione (quindi l’implicito è garantire l’ordine pubblico, mah), e quindi loro dovrebbero essere al servizio della comunità. Fare un servizio alla comunità vuol dire togliere le biciclette ma rendere chiaro primo il cartello di rimozione forzata (non lo era per niente), e poi che le hanno rimosse. Cosa costava appendere un foglio? 

E’ uno strapotere assurdo e smisurato nei confronti di semplici cittadini che hanno una bicicletta. Posizionata in uno dei pochi posti in cui è difficile rubarla. Le regole sono molto diverse da una categoria all’altra, mi piacerebbe che si applicasse la stessa fiscalità in tutti gli ambiti!

Nel frattempo mi sto iniziando ad irritare quando appena c’è una qualsiasi cosa che non funziona le persone parlano come pecore e iniziano le ondate di lamentele in cui gruppetti di sconosciuti si dànno manforte l’uno con l’altro per cimentarsi in un crescendo di insoddisfazione, un climax ascendente di rotture di balle in cui tutti comunque parlano utilizzando luoghi comuni. Gente plasmata dalla tv che cerca di fare l’alternativa, che finge davanti a se stessa di avere una coscienza civile, una propria opinione plasmatasi dopo l’essersi informata sui fatti. Sento ormai una divergenza incolmabile non solo tra me e lo stato, ma anche tra me e l’italiano medio. Come si dice dalle nostre parti, mi sono resa conto che non abbiamo proprio niente da spartire.

Quindi ultimamente ho adottato una tecnica fantastica: quando c’è qualche contrattempo dovuto a disservizi statali (es. treno in ritardo di un’ora), mentre gli altri iniziano a lamentarsi fomentandosi tra loro, io accendo immediatamente la musica sul mio iphone e inizio a fare tutto ciò che posso con gli oggetti che sono a disposizione. Leggo, studio, scopro, penso, telefono, mi arricchisco culturalmente. Da due mesi a questa parte ho capito che i problemi di questo paese non possono diventare miei problemi. 





Storie e musiche dal mondo

4 07 2013

La vita all’accademia internazionale prosegue. Lezioni 7 giorni su 7, 8 ore al giorno, poi il tentativo di studio in vista dell’esame, che negli ultimi giorni sta fallendo miseramente. Prendere coscienza dei propri limiti e del proprio esaurimento talvolta è utile nonché indispensabile. Si perde un po’ il senso del tempo in un luogo lontano isolato ed essendo occupati tutti i giorni, ma è anche bello così, più che altro è, va bene. C’è tempo per avere il senso del tempo, tutto il resto dell’anno.
La vita all’accademia prevede un’internazionalità che non avevo mai vissuto prima. Quest’anno sto conoscendo tantissime persone, tantissime storie di persone di tutte le età da tutto il mondo. E così ho parlato con una russa che da quando è piccina vive in Canada ma nella sua vecchiaia vorrebbe tornare in Europa, possibilmente in Italia “perché a Toronto non c’è niente” “ma Toronto è una delle città più grandi del Canada!” “ma ha solo due milioni di abitanti!” O_O L’ho dovuta avvertire che le uniche città più grandi in Italia sono Roma Milano Napoli e forse Palermo.
E poi un’austriaca, alcune tedesche (of course!), un’americana che del datagate e di Snowden non conosceva niente perché là censurano ogni notizia in merito, e un’altra americana che ha lavorato per l’ONU che invece è informata, intelligenza rara. Ognuno arriva lì d’estate dopo un anno di vita, e ognuno arriva con le sue storie, le sue esperienze, e basta ascoltare per condividere un pezzo di mondo.
Ieri sera ci siamo trovati a cena in una decina, invitati da una francese che compiva gli anni, ed è stata un’emozione immensa, una cosa nuova per me! Eravamo la francese, io, un altro italiano con famiglia, una dominicana, una tedesca e tre greci. Ci siamo fatti portare un po’ di specialità greche che poi abbiamo condiviso, e poi siamo partiti con happy birthday, e l’abbiamo cantata in tutte le lingue! Compreso il portoghese, che il mio amico italiano ha vissuto in Brasile. Ma poi non ci siamo fermati, abbiamo iniziato a cantare Frere Jacque (fra Martino) nelle varie versioni, e poi, come in flusso di condivisione e divertimento tanto bello quanto spontaneo, ognuno ha cantato qualche canzone popolare del suo paese, noi abbiamo optato per Bella Ciao e il cielo in una stanza (questa soprattutto il mio amico), e poi la francese è partita, i greci, la dominicana che adesso vive in Canada (anche lei è una dei “soli” due milioni di Toronto!) con tanto di ritmo, e poi la tedesca: questa canzone mi ha veramente colpito, si chiama Die gedanken sind frei (i pensieri sono liberi), è una canzone contro la guerra, dolcezza infinita…
Veramente una delle mie serate più belle in assoluto! Non so come descrivere le sensazioni che abbiamo provato, probabilmente abbiamo vissuto un flusso di piccoli eventi senza badare troppo al loro significato, ed è stato probabilmente questo il segreto!
Domani cucinerò la pasta per questa ragazza tedesca che ora vive in Svizzera, dopodomani chissà dove sarò, magari ad ascoltare musica popolare greca a Hora, la cittadina antica di Alonissos, o a mangiare calamari da qualche parte.
E chissà cosa studierò, ogni giorno mi stupisco del mio cervello, che immagazzina così tante informazioni ed incredibilmente le riesce anche ad usare… E’ una grande fatica essere qui, racconto solo gli aspetti legati all’esperienza e invece ogni giorno che dovrebbe essere per me di vacanza sono in quell’aula, ma sono lì per la mia più grande passione, e ne vale decisamente la pena.





Gerakas

25 06 2013

Gerakas non è solo un luogo. E’ una strada e una persona.

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Per arrivare 25 chilometri di strada, di un asfalto rude, talvolta coperto da sassi, ghiaia, terra rossa, che si stringe, poco spesso si allarga, che dà spazio a uno strapiombo continuo soprattutto all’andata, percorrendo questa via verso nord. Trovarsi con il precipizio a destra -soprattutto in motorino, e soprattutto con un motorino da noleggio- non è mai una bella opzione, ed è meglio non pensare a cosa può succedere se si trova la ghiaia sbagliata, ma io non ci sono riuscita, c’ho pensato e ho avuto paura. Per la prima volta da quando sono ad Alonissos, isola splendida delle sporadi greche. E poi ho sempre raddrizzato il mio sguardo verso il futuro e mi sono detta “stai concentrata, andrà tutto bene”. Due volte mi sono fermata, per scrutare l’orizzonte, fotografare e permettere al mio cervello di abbandonare la concentrazione. Poi sono ripartita, ed è andato tutto bene.

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Salendo verso nord (Gerakas è la punta a nord dell’isola), gli ultimi 15 chilometri di strada sono nel completo nulla, o meglio nel tutto. Non una casa, una costruzione, ogni tanto qualche camion di qualche cantiere abbandonato. Tutto immobile fuorché il vento che tutto muove. La terra per la prima volta si fa più brulla -la straordinarietà di quest’isola è che è tutta collinare e ricoperta di pini, perciò si è in un paesaggio montano fino a quando si prendono le stradine che scendono verso il mare, e vicino al mare dai pini montani si passa ai pini mediterranei-, gli uliveti, già cospicui in tutta Alonissos, qui marcano maggiormente la loro presenza, ci sono ulivi ovunque, davanti, dietro, di fianco, le olive non sono ancora mature.

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E poi, dopo tanto nulla, si arriva.

Una risata m’ha preso, incredibile aver fatto tutta quella strada per una conca d’acqua contenuta fra le anche di due colline, paesaggio quasi marziano, non tanto per i colori quanto per l’assurdità. Ci sono un po’ di barchette nel mare, non si sa bene di chi, qualche sdraio in plastica senza ombrelloni, e un caldo cocente ma benevolo, sono le tre del pomeriggio.

Gerakas è anche una persona, un uomo a cui colpevolmente ho mancato di chiedere il nome. Sulla settantina credo, magro, secco ma vivido e vivo, vive in una fattoria malandata, una casoccia più che altro, né catapecchia né casa, pesca “con la barca rossa che ho al di là degli scogli” qualche pesce, ha qualche gallina, non ho capito come ma produce formaggio, coltiva qualche verdura. E ha allestito un chioschetto con due tavolini sopra cui alberga un po’ d’ombra in cui prepara da mangiare per gli avventurieri: il pesce pescato alla mattina, un’insalata, un souvlaki, qualcosa del genere.

E lui sta bene lì, gli ho chiesto con effimera ed inutile curiosità “ma d’inverno? Qui non c’è nessuno…” “Yes yes but it’s good, I’m fine here, there’s all, and there’s no cold, the temperatures are from 8 to 13 degrees… It’s good!” e poi a scansare la conversazione, per tornare al suo. Mondo, chiosco, pesce, al suo.

Per qualche minuto siamo stati solo noi due lì, unici custodi di quella realtà istantanea.

La cosa eccezionale è che questo non è solo un uomo, è uomo “lì”, accoppiato con l’ambiente in cui vive in una sinergia di intenti tanto semplice quanto incredibile. Quel luogo, quell’uomo e quella strada sono lì, e anch’io ci sono stata.

E così, la ripartenza, verso una spiaggia più confortevole per lo studio, e il ritorno.

Non un’emozione m’è rimasta, solo vita.





Come imparare una nuova lingua (il tedesco) da zero: il decalogo

20 06 2013

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Ok, sono ormai 15 giorni che mi cimento con l’apprendimento di una nuova lingua da zero. Completamente da zero. Ancora devo conoscere qualcuno che sapesse meno tedesco di me (le mie basi? Danke, bitte, Guten Morgen, e il ritornello dell’inno alla gioia ma senza conoscerne il significato. Ah, e le frasi sui treni, adoro leggere le cose nelle altre lingue anche se non le conosco). Mi sento pronta -quasi quanto una veterana!- per offrire qualche consiglio, dato che il mio scopo è imparare in fretta! Bene, e in fretta. Per ottenere il dannato certificato B2. Perciò ovviamente sono consigli in merito a quello che sto facendo io ritenendolo utile! Più che altro è un racconto dei primi 15 giorni di questa nuova avventura!

1) Divertitevi! Questa è la prima cosa. Divertitevi a ripetere le parole, a leggere cose di cui ignorate il significato, a pronunciare quei suoni, a guardare le figure come se foste dei bambini! Si è dei bambini quando si impara una lingua da zero, bisogna imparare ogni parola, ogni cosa. Imparate fino a quando avete la percezione di divertirvi, fino a quando siete tranquilli. Se ad un certo punto vi agitate, vi stufate, vi sembra tutto troppo pesante, smettete. Ci sarà tempo più tardi e sarà tempo meglio sfruttato!

2) Prendete lezioni private! Se volete che il vostro apprendimento sia efficiente fate lezioni 1:1, possibilmente con un insegnante madrelingua, o meglio ancora bilingue, e meglio se esperto nell’insegnamento. Lui vi saprà consigliare i supporti da utilizzare, vi guiderà e soprattutto vi insegnerà le cose che sui libri non sono scritte o ben specificate.

3) I supporti: variateli! Il mio insegnante mi ha consigliato un libro di testo generale, uno di grammatica, un vocabolario illustrato (da bambini, appunto), e un libro con dei cd in cui ci sono solo dialoghi da ripetere. In più io mi ero iscritta (e sto continuando) su busuu, e forse mi farò anche mochalive, vedremo. L’importante è sapere quali sono i 2-3 testi di riferimento, e usare gli altri come corollari. E’ importante ampliare, bisogna evitare di disperdersi.

4) Pazienza! Serve tanta pazienza! Soprattutto se avrete più supporti didattici vi sembrerà di andare come delle formichine, farete 3 pagine da una parte, 2 dialoghi dall’altra, e così via. Ma in questo modo avrete un panorama più ampio della lingua, ogni libro vi fornirà una sfumatura diversa, e apprenderete dall’esperienza (si fa per dire) e non solo dalla grammatica ad esempio i pronomi personali, possessivi e altri “particolari”. Vi sembrerà molto più familiare il tutto!

3) Ripetere, ripetere, ripetere! Non so quanto si possa essere portati per le lingue, io lo sono nella media credo (forse un pò sotto), quindi per imparare una parola devo ripeterla un pò di volte! Decidete voi ogni quanto ripetere, se siete dei kamikaze ripetetela pure 20 volte di fila, se no ve la annotate e ogni tanto la ripetete/rileggete.

4) Quadernino! Segnatevi su un quadernino le cose che non vi ricordate, le frasi, alcuni particolari, in modo che sia un punto di riferimento “riassuntivo” ma non troppo metodico, e che possa esservi utile in qualsiasi momento, basta tenerlo in borsa!

5) Fate ogni cosa che vi serve per imparare: dovete ripetere stando in piedi? Fatelo. Sentite che dovete allenare la pronuncia guardandovi allo specchio? Fatelo. Volete ripetere i numeri mentre lanciate la pallina al cane? Fatelo, anche se probabilmente vi guarderà storto.

6) Grammatica: ecco. Avete presente il punto 2? Moltiplicate la pazienza che pensavate di aver utilizzato a sufficienza per un fattore x imprecisato e tendente all’infinito! Ci sono 6200 regole per ogni unità, di cui alcune completamente scoraggianti. Ad esempio, se dopo aver cercato di memorizzare 8 regole per comporre il participio passato dei verbi deboli, forti, misti, separabili, che finiscono con le varie opzioni (es t, d, n, m o ss, tz, ecc…) compare a tradimento la frase: “non esiste regola per determinare se un verbo è debole, misto o forte e pertanto il participio passato dei verbi va imparato a memoria” non vi scoraggiate, almeno saprete che è necessario impararli a memoria. Questo implica il fatto che ci si può dimenticare parte delle 8 regole suddette! Aggiungo un’altra cosa in merito. Il libro che ho io (grammatikdirekt) è fatto assolutamente da dei bastardi, si si questo posso dirlo, che nella prima pagina del libro negli esercizi mettono l’eccezione dell’eccezione di cui neanche loro parlano. Resistete! Per fare ogni esercizio impiegherete circa mezz’ora, ma è normale non vi preoccupate. Ricordate la pazienza! Io poi sempre per divertirmi la prendo un pò come una sfida…

7) Programmazione: stabilite i vostri obiettivi e il tempo per raggiungerli. Ovviamente servono centinaia di ore per imparare una lingua. Decidete voi in quanto tempo distribuirle, l’importante è la costanza. La velocità con cui si impara una lingua è direttamente proporzionale alla necessità di impararla.

8) Cercate di comporre frasi semplici nella nuova lingua! Ad esempio se vi viene in mente “ho fame, vado a comprare le zucchine” oppure “ho freddo, ci sono 15 gradi” provate a pensarla in tedesco, e a vedere quali “pezzi” vi mancano per comporre la frase nel modo corretto. Ah, in tedesco l’ordine della frase cambia in 200 modi, ma questo ancora non l’ho imparato! :D

9) Rompete le balle ai vostri amici/parenti! Mandate baci in tedesco, salutate in tedesco… Avete un amico che ha fatto alle medie tedesco? Impezzatelo per scambiare due parole! Avete un amico che ha fatto l’erasmus in Germania? Mandategli una mail in tedesco! Avete un conoscente di un lontano parente di un vostro amico in Germania? Contattatelo su skype! Tanto non vedrete la sua faccia contrita… Insomma trovate contatti e cercare di dialogare il più possibile in tedesco! Il vostro cervello sarà così convinto che quelle ore passate a fare quegli esercizi di grammatica saranno servite a qualcosa!

10) Fate un viaggio studio in Germania! Io mi sto organizzando, esistono dei corsi intensivi per adulti con varie tipologie di sistemazioni, ovviamente là si impara molto più in fretta perchè ci si confronta con la vita semplice e reale (le indicazioni stradali, le ordinazioni al bar, i musei…), si sentono tutto il giorno quei suoni… Entrare nella musicalità della lingua è fondamentale, forse la cosa più importante per imparare bene e in fretta! Prosodia è la parola chiave.

Ecco, io così sto facendo, spero di ottenere risultati in tempi celeri! Finora mi sto divertendo!








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